Addey, Mathews, Petit, Spataro, Takashi, Ziga

Come ho raccontato fin dall’inizio, recensisco qui solo quello che finisce nella mia libreria, per le vie più traverse. E anche se ci sono tipici “prodotti editoriali”, nessuno di questi li ritengo semplicemente tali, e spero nelle recensioni di mostrare esplicitamente il perché. Ho deciso da questo post che non è in fondo molto utile a nessuno la distinzione tra saggio e romanzo: non perché non differenti in sé, ovviamente, ma  perché sono parecchi decenni che il romanzo prova a dirci che questa distinzione, soprattutto se preventiva, ci priverebbe di molti saggi più che di buoni romanzi. Quindi qui a bella posta ci sono romanzi di tipo molto classico e libri che non si saprebbe proprio come classificare rigidamente – quindi sono romanzi.

Quindi qui troverete libri molto diversi, ma che per me sono tutte declinazioni perfettamente inscrivibili nella storia del romanzo. Dell’adesione a questa o quella scuola critica non m’interessa: sono un fenomenologo e credo solo al “duck test”: se fa qua qua come una papera, cammina dondolando come una papera, ha le piume come una papera, allora è una papera.
Che siano rivoluzionari o rivoltosi, una cosa è certa: saranno romanzi, qualunque cosa saranno diventati nel frattempo e nonostante – trotzdem – li si dia per morti da un pezzo.

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Barbante, De Luca, Kundera

Da molti mesi ormai leggo solo saggi – questioni di aggiornamento professionale, che volete farci – e non di argomento letterario. Il tempo se ne va così, e mi tocca ringraziare chi aspetta pazientemente che io legga le sue cose, o gli amici che mi suggeriscono titoli che io riesco a farmi regalare (nuovi) a mesi di distanza. Prometto che ricomincerò a scavare meglio nella mia libreria. Tanto, son promesse da critico letterario.

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Grossman, Marsullo – e un piccolo discorso su Einaudi

Poche recensioni post estive – ho passato i mesi scorsi più a scrivere che a leggere, spero mi perdonerete – e di cose nuove e non vecchie come amo fare di solito.
Ho però due cose da dire su quello che ho letto, che non sono recensioni. Ho approfittato degli acquisti di mia moglie per l’estate, tutti titoli nuovi di Einaudi
; leggerli è stata una sofferenza. Frasi senza il punto alla fine, accenti sbagliati, orfane e vedove, il maiuscoletto usato per diverse righe consecutive. Einaudi, per 12, 14 o 20 euro, vende libri tipograficamente non trattati, privi della minima cura nella composizione della pagina. Lo sapevo, lo avevo letto, ma non pensavo che il livello fosse questo.

In più, ho visto il ripetersi di una antica tragedia: le panzane in quarta di copertina. Era dai tempi di Pietro Citati che non leggevo scemenze del genere. Ecco qui, debitamente commentata, la quarta di Un pallido orizzonte di colline, meraviglia di Ishiguro che però mi sento di sconsigliare a donne incinte e a chi non ha un buon rapporto con la morte.

Viene il momento per Etsuko, vedova giapponese che vive in Inghilterra, di levare lo sguardo dal presente doloroso e sofferto, per cercare in un altrove lontano un senso e una ragione [non è vero, non lo fa: i suoi sono ricordi occasionali, non sa dire perché le riaffiorino alla mente]. Ossessionata dal suicidio della figlia Keiko [come detto, non è affatto ossessionata], Etsuko spinge il pensiero a Nagasaki subito dopo la guerra, dove nel deserto dei sopravvissuti [Nagasaki non viene mai descritta in questi termini apocalittici] maturava la sua gravidanza turbata [turbata? Ma se il contrasto più stridente è proprio per la sua felicità di prossima madre!]. In questo percorso a ritroso nel tempo [non lo è, non sono nemmeno flashback, sono proprio tre narrazioni diverse], Etsuko ricompone la storia parallela di Sachiko e della sua tormentata bambina: Butterfly [parola che nel romanzo non compare] come tante, Sachiko aspetta un amore, una partenza che non arriverà mai [non lo sappiamo, il romanzo non lo dice], mentre sua figlia affonda nell’angoscia di ricordi troppo crudi [non sono solo ricordi, vede la madre ripetere continuamente gli stessi errori e gli stessi orrori].
Non ci sono spiegazioni o epifanie in questo racconto poetico e disadorno [tutto si può dire tranne che sia disadorno], che suggerisce più di quanto sveli [mamma mia che luogo comune]; tutto resta sospeso e irrisolto [no, il colpevole non viene catturato, se il problema era questo – anche perché non è un giallo]. Un romanzo dell’autore di Quel che resta del giorno, vincitore del Booker Prize nel 1990 [per questo lo dovrei comprare?].

Parliamo sempre di Einaudi. Terza edizione del 2012 di una cosa stampata dal ’91. Undici euro.
Passiamo alle recensioni, sarà meglio.

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Auster, Blixen, Kerouac, Kiš, Roth, Viceconti

Non so ancora dire se certe forme romanzesche – chiamate stili, canoni, forme appunto – sono fisse o meno, sono imprescindibili o no. Di certo il romanzo le prova tutte, e continua a inventarsene, eppure la classica storia di una vita sembra ancora quella forma tanto plastica e modellabile da poterne fare qualunque cosa. Tanto da sembrare, in realtà, l’unica forma romanzesca, in mille e mille variazioni possibili. Continuo a vagare nella mia libreria, trovando cose vecchie e cose nuove, alla ricerca di domande – le risposte si trovano ovunque, non sono loro la parte interessante.

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Chandler, De Lillo, Ishiguro, Lasker-Schuler, Paz

Comincio a leggere anche cose “nuove”, segno che nella mia libreria qualcuno lascia anche roba che non ho comprato io – o che nessuno mi ha regalato. Bene, la libreria deve rimanere aperta e senza polvere o muffa; spolveratela come fanno le sue parole con i vostri pensieri. Non ho mai creduto che l’età di un romanziere, o la sua provenienza, contassero per giudicare della sua opera. Il problema, per come la vedo io, continua a rimanere chi vende quella sua opera, che invece di quelle informazioni ne fa le principali.

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Cascio, Corsini, De Vitis, Pierri, Troncanetti

Un altro numero speciale con libri di persone che conosco, vive, e che vogliono scrivere perché è la cosa che gli piace di più fare. Qualcuno ha un editore, qualcuno no; nessuno ha alle spalle un’organizzazione di marketing tale da, per esempio, far scrivere loro un articolo moralista ed ipocrita su un quotidiano tanto per diffondere il loro nome il più possibile grazie alle polemiche suscitate. Ma questo non conta nulla riguardo la loro qualità letteraria; non conta assolutamente nulla, in questo paese, chi è il tuo editore. Soprattutto se è “un grande editore”.

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De Vitis, Todorov, Beckett, Trevanian, Wittgenstein

Lo so, è passato molto tempo. Avevo molte cose da fare ancora indietro, e adesso che è arrivata l’estate mi concederò altre letture e altre indagini intorno al romanzo negli sconfinati territori inesplorati della mia libreria. Meglio non fare promesse, altrimenti non riuscirei a mantenerle – cosa che è già pessima per un romanziere, figuriamoci per un critico.

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Bertucci, Parissi, Iovane, Cascio, Carabba

Numero molto speciale: libri editi da persone che conosco. Nella mia libreria ci sono anche queste cose perché ho la fortuna non credere che tutta la buona letteratura sia quella stampata, o stampata da un grande e famoso editore. E più leggo cose inedite, più me ne convinco; esistono bellissimi libri inediti che aspettano un editore non dico intelligente ma almeno coraggioso. Anche questi però, come gli altri, sono libri più o meno introvabili – nella forma cartacea – a meno di ricerche sul web o fortunati incontri in bancarella. Stavolta vi ho risparmiato i saggi, qui ci sono solo romanzi e poesia. Ma può darsi che non vi dica sempre così bene.

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Beer-Hofmann, Bufala Cosmica, Fusini, Keats, Marchesi, Rushdie, von Chamisso

Per chi ancora non lo sapesse, il romanzo è il genere letterario che può assumere le finzioni di tutti gli altri. Che il romanzo contenga poesie o parti saggistiche, è ormai ovvio; gli stili possono essere innumerevoli, anche nella stessa opera, e le tecniche retoriche infinite.
Credo che un ruolo speciale spetti al «pun». Il gioco di parole – traduzione molto povera della parola inglese – è il meccanismo eversivo, nella frase, che il romanzo riproduce in scala maggiore come un tutto; l’ennesima declinazione dell’ironia. Il «pun» mostra la corda tesa del linguaggio lì dove sta per spezzarsi, al limite del non-significare; lo fa mostrando, nelle sue multiformi possibilità di manipolazione dei significati, una cosa diversa da quello che dice – esattamente la stessa cifra estetica del romanzo. Un esempio su tutti: “Immanuel doesn’t pun, he Kant” (Oscar Wilde). In Italia questa possibilità espressiva si è realizzata per lo più in quel particolare genere che ha trovato un nome brutto come pochi: «poesia demenziale». Ma ormai, come tutti i nomi propri, una volta nati tocca tenerceli. Oltre alle solite recensioni, quindi, un inserto sul “pun”.

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