Blanchot, Brandys

Cominciamo con qualche paradosso – così sarà chiaro da subito che qui la serietà conta un ruolo importantissimo ma formale. Nel senso buono del termine. Non lo conoscete? Continuate a leggere Trotzdem, allora.

Kazimierz Brandys, Rondò, Roma, edizioni e/o, 1986; 280 pp., prezzo illeggibile, cm 21×15, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta liscia di media qualità.

La trama, per sommi capi.
Varsavia, anni trenta del Novecento. Un ragazzo s’innamora di una attrice di teatro, la quale invece è attratta da un celebre collega. Quando la conosce, per fare colpo su di lei, finge di appartenere a un inesistente gruppo di resistenza antinazista, e quando il rapporto si approfondisce e si complica, arriva ad affidarle missioni e compiti di spionaggio – del tutto inventati e costruiti ad hoc, ovviamente – pur di accontentare il suo desiderio di ‘partecipare’ alla resistenza del suo paese. Il suo amore è soddisfatto, l’amata è al sicuro, ma la Storia ha in serbo per lui parecchie sorprese: ciò che lui pensava fosse patrimonio esclusivo di due amanti è passato rapidamente di bocca in bocca. L’associazione segreta comincia ad avere vita propria, tentacolare e minacciosa come solo un’organizzazione inesistente può esserlo. Nessuno ne uscirà indenne, neanche dopo la fine dell’invasione nazista; “colpi di scena” ce ne sono fino all’ultima pagina, e sono sempre mere realtà che si ribellano a qualunque sentimento e disegno progettato dai protagonisti.

Fuori l’auore.
Brandys (1916-2000), polacco esule, è uno dei tanti scrittori dell’est europeo che ha tentato – riuscendoci, credo – a usare più efficacemente di molti colleghi dell’Occidente l’arma dell’ironia per descrivere un mondo, quello dell’oppressione politica e dei comportamenti privati che quell’oppressione condiziona, misconosciuto per molto tempo. Mi sono interessato alla sua opera, quasi del tutto tradotta in italiano, perché citato da Milan Kundera nei suoi saggi come un maestro dell’ironia romanzesca.

La recensione in senso stretto.
Questo romanzo, come si conviene a questo genere, è inclassificabile. E’ una storia d’amore, è un’indagine sul ruolo della Storia nella vita del singolo, è un’analisi dei rapporti di forza e di soggezione che l’amore e la vita fanno desiderare e accettare, è una rappresentazione delle forme di controllo che una società organizzata sa strutturare. Il tono è sempre molto leggero, vicino all’indifferenza e al distacco completo dalla vicenda, che pure è rappresentata come una sorta di ‘confessione’ che il protagonista stende in forma scritta a uno dei partecipanti alla sua gigantesca finzione. In questo, è anche un romanzo che mette in questione lo status stesso della letteratura rispetto alla Storia.
Inutile sottolineare che un’opera del genere non corre certo il pericolo di risultare inattuale. Può solo incappare nella nemica mortale dei capolavori di ogni arte: la moda.
Le ‘edizioni e/o’ lo hanno ancora in catalogo, in una ristampa del 1990, a poco più di otto euro, mentre molti altri titoli di Brandys non possono essere più acquistati, malgrado le ristampe arrivino fino al 2000. Parliamo di un autore lanciato ‘con la fanfara’ da Sartre negli anni ‘50 e che in Italia ha vinto anche un premio letterario (Premio Elba nel 1964). Nella copia che ho è incluso un interessante saggetto di Giovanna Tomassucci che, con raro rispetto del lettore, è stampato alla fine del romanzo.

Perché dovrei leggerlo?
Lo consiglio principalmente per due motivi: per capire meglio cos’è l’ironia romanzesca, non solo nel contenuto ma soprattutto nell’architettura di un romanzo; per avere un’idea di come un romanzo possa essere una breve storia del proprio paese senza elogiare e disprezzare nessuno, senza creare ‘macchiette’, senza indulgere in sentimentalismi, con quella ‘oggettività’ che solo un grande romanzo può avere e che risponde con la forma e il contenuto a domande alle quali ancora gli storici non sanno rispondere – o che non hanno neanche ancora formulato.

Maurice Blanchot, L’ultimo a parlare, Genova, il melangolo, 1990; 56 pp., lire seimila, cm 16×10,5, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semi-ruvida di buona qualità.

E’ un saggio su…
Paul Celan, gigante della poesia in lingua tedesca – e della poesia tutta – probabilmente l’unico poeta al mondo che sia riuscito, in qualche modo, a dare voce all’Olocausto e alle sue conseguenze, soprattutto in chi è costretto a parlare la stessa lingua dei carnefici. Scusate se è poco.

Recensione.
Molto intelligentemente, Blanchot usa poche parole per parlare del poeta che ha fatto della parola mancante, del respiro tra una parola e l’altra, dell’inutilità della retorica, la cifra della sua poesia. In poche pagine troviamo sia un commento illuminante su un poeta indubbiamente molto ‘difficile’, sia una lezione di metodo per tutti quelli che vorrebbero saper fare i critici letterari di mestiere. Blanchot osa anche riportare i versi in lingua originale per poi tradurli come lui li sente, assumendosi la responsabilità di evitare una traduzione ‘ufficiale’ pur di tentare di far risuonare quelle importanti parole di poeta nella sua lingua. Senza alcuna scansione in paragrafi o capitoli, il saggetto si muove nella poesia di Celan passando di tema in tema (il silenzio, la vista, la morte, il nulla, la parola) con la fretta del respiro affannoso di chi non vuole evitare al lettore soprattutto di respirare la stessa atmosfera delle poesie celaniane.
Il volume, nella collana “nugae” de ‘il melangolo’, è ancora in catalogo a poco più di tre euro, ma credo che possa essere solo richiesto all’editore e con una certa apprensione. Andrebbe acquistato tutto il catalogo di questo editore, molto particolare ma per fortuna ancora in vita in una Italia distratta da molta altra carta stampata inutilmente.

Fuori l’autore.
Maurice Blanchot (1907-2003) è stato grande saggista e filosofo. Non ci si può interessare davvero alla critica letteraria o comunque ai problemi della letteratura senza aver studiato a fondo i suoi Lo spazio letterario, L’intrattenimento infinito, Il libro a venire. Uomo curiosamente passato dall’essere reazionario a protestare con gli studenti del ‘68, salva la vita a Levinas (filosofo ebreo lituano) sotto il nazismo poi abbandona la filosofia per la critica e la letteratura dopo la fine della guerra, salvo poi prendersela pubblicamente con Heidegger e il suo complice silenzio a proposito del nazismo. La sua scrittura, molto complessa e spiazzante, è lo specchio del suo carattere.

Perché leggerlo, oltre che per il suo agomento?
Perché è un saggio letterario dal raro rispetto per l’autore di cui parla; Celan e la sua poesia arrivano al lettore mediati da un interprete che sa distinguere con nettezza la sua posizione da quella del poeta; in poche pagine, come detto sopra, è anche una vera lezione di metodo per il critico letterario.

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