Benjamin, Nothomb

Ho un debole per entrambi – e non si potrebbero immaginare scritture più differenti, forse.

Amelie Nothomb, Attentato, Voland, 1999; 128 pp., lire 18.000,  cm 20,5 x 14,5, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

La trama, per sommi capi.
Un uomo brutto oltre ogni immaginazione si innamora di una donna bellissima, e i due diventano ottimi amici senza che lui le riveli la vera natura dei suoi sentimenti. Il problema è che lei approfondisce l’amicizia, e fa di lui il suo confidente; quando lei s’innamorerà – di un altro – sarà inevitabile portare ogni situazione ai limiti del sopportabile. “Non esistono amori impossibili”, dice in ultimo il protagonista. Speriamo.

Fuori l’autore.
Amelie Nothomb è uno dei più grandi romanzieri viventi (opinione del tutto personale, ndr). Donna dall’educazione cosmopolita (nasce in Giappone, cresce anche in Cina e in Bangladesh figlia di diplomatici belgi), straordinariamente a suo agio nei classici greci e latini (laureata in filologia classica), i suoi romanzi hanno una forte componente biografica molto filtrata dal suo bagaglio culturale. Ha deciso, malgrado (e grazie) il grande successo di pubblico di fare solo un libro all’anno, e non ne produce neanche di tanto voluminosi. Il suo francese è a dir poco pirotecnico, e vale la pena, anche per chi non lo sa benissimo, di leggerlo in originale. Classe ‘67, viene molto spesso in Italia a presentare i suoi libri e a fare sfoggio dei suoi fantasiosi cappelli.

La recensione in senso stretto.
Il romanzo è straordinariamente intenso, centrato su due sole figure, la cui crescita e sviluppo è ciò che tiene ogni parte del testo intimamente legata alle altre. La prima persona in cui è scritto dà al libro un carattere confessionale necessario alla costruzione del romanzo; per lo stesso motivo è necessaria la visione eccessivamente soggettiva di persone e cose. Durando molto poco, tutte queste distorsioni appaiono in realtà molto leggere, e anche necessarie anche per cercare una risposta alle domande che il romanzo si è posto: cos’è il bello? Cosa il brutto? Come passiamo la vita in rapporto con questi due? Tre questioni notevoli che permettono al romanzo di essere anche una disamina cinica ma tremendamente sincera di molti luoghi comuni intorno al concetto di bellezza; ironicamente il libro stesso si chiude con uno dei più scontati luoghi comuni romanzeschi.
La Voland è una piccola casa editrice romana che cerca ancora di fare le cose come si dovrebbero, con un comitato di lettura che sceglie, legge e rilegge prima di pubblicare; non a caso un romanziere del genere è stato portato in Italia da loro e continua a pubblicare con loro – rinunciando, come da sempre accade da noi, a passare al munifico megaeditore una volta decretato il minimo successo. Attualmente “Attentato” è stato ripubblicato in una nuova edizione nel 2004, e costa 12 euro. Purtroppo, per le più ovvie motivazioni economiche, alcuni romanzi della Nothomb pubblicati dalla Voland soffrono di una traduzione molto discutibile – secondo me “Attentato” non è tra questi – che di nuovo mi spingono a consigliarvi, se potete, di leggere Amèlie Nothomb in originale. Cosa che, se si può, sarebbe bene fare sempre con tutti i romanzi.

Perché dovrei leggerlo.
Perché Amèlie Nothomb è tra i pochi romanzieri nel senso “classico” della parola: un autore che cerca di creare opere letterarie in prosa che, attraverso la costruzione di un mondo fittizio fatto di linguaggio, tentano di rispondere alle domande fondamentali che si pongono gli esseri umani. Cosa che non guasta, lei in tutto ciò sembra divertirsi molto.
Se vi siete posti, ogni tanto, qualche domanda sulla bellezza, dovreste leggere questo romanzo.

Walter Benjamin, Uomini tedeschi, Adelphi, 1992; pp.170, lire 15.000, cm 17,5 x 10,5, copertina in cartoncino ruvido con bandelle, carta semiruvida di buona qualità.

E’ un saggio su…

Il libretto (è il n.85 della “Piccola biblioteca Adelphi”) è una raccolta di lettere fatta da Benjamin allo scopo di mostrare, in tempi di nazismo imperante – la prima edizione esce sotto pseudonimo in Svizzera nel ‘36 – che cos’è davvero lo spirito tedesco, la cultura tedesca, il gusto e la sensibilità degli scrittori tedeschi, tutte cose che il nazismo aveva annientato nella foga della sua propaganda distruttrice soppiantandole con una ideologia falsa e odiosa. Le lettere abbracciano un secolo esatto (1783-1883) e sono scritte da personalità tedesche più o meno note (ci sono, tra gli altri, Pestalozzi, Brentano, Goethe, Grimm, Overbeck; tra i destinatari, Kant e Nietszche). Il titolo, scelto anche per evitare la censura nazista, in realtà è proprio l’emblema del tentativo di Benjamin di salvare quello che vedeva distrutto dal regime hitleriano; quelle qualità tipiche dei tedeschi quali lui, nei suoi profondissimi studi letterari e storici, conosceva e voleva rivedere nel suo paese. Come recita il frontespizio, “dell’onore senza gloria, della grandezza senza splendore, della dignità senza mercede”.

Recensione.
Il libro è molto affascinante e suggestivo, e non solo per l’idea di affidare il recupero di valori sociali ormai forzatamente fatti scomparire a delle lettere occasionali, e di fare di esse il contenuto di un saggio nel quale l’autore si limita a poche righe d’introduzione. Benjamin sceglie lettere che abbiano come argomento cose non alte: problemi personali, nella maggior parte, che servono proprio a far emergere quelle qualità umane che vedeva distrutte dal regime nazista. Qualità che, ovviamente, servirebbero anche in tutti gli altri contesti sociali e storici; per questo motivo il libro meriterebbe, credo, una conoscenza e una diffusione migliori. Quelle qualità che Benjamin cercava di salvare in questo monumento epistolare dovrebbero essere tipiche dell’uomo non solamente tedesco e non solamente del ‘900.
Come sottolinea giustamente Adorno – c’è, nell’edizione, anche un suo piccolo saggio – il libro è però la pietra tombale della “lettera” come genere letterario e come strumento di comunicazione esclusivo; ciò che, di un’intera educazione alla comunicazione profonda e lenta, privata ma non frivola, è rimasto in queste parole è stato indubbiamente spazzato via. Se questo sia un bene o un male ciascuno, leggendo, potrà giudicare.

Fuori l’autore.
Walter Benjamin (1892-1940) è stato critico letterario, saggista, filosofo di straordinaria profondità. Tra i tanti delitti di cui s’è macchiato il nazismo, c’è anche l’aver indotto al suicidio a quarant’anni quest’uomo geniale, le cui parole sono sempre state meravigliosamente difficili da leggere quanto generose di stimoli, spunti, intense e feconde riflessioni. Nello stesso anno di Uomini tedeschi vede la luce il suo saggio L’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, lo scritto indispensabile per comprendere l’arte degli ultimi cento anni.

Perché leggerlo, oltre che per il suo agomento?
Per capire che ciò che può essere salvato nella coscienza di un uomo – e nella civiltà del paese in cui è nato – lo si trova tanto nelle opere più alte del suo ingegno quanto nelle occupazioni della sua vita privata. E se queste non rispecchiano quello, c’è da suonare un allarme, il cui grido ancora si può sentire in queste vecchie lettere di uomini morti da un pezzo.
E, non da ultimo, leggere questo libro serve a capire cos’era una lettera.

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