Gombrowicz, Handke, Lukacs, Samonà

Davvero un numero curioso – tutti autori molto criptici. La cosa la dice lunga su di me che li leggo.

Carmelo Samonà, Casa Landau, Roma, Garzanti, 1990; 126 pp., lire 24.000, cm 22×15, copertina in cartoncino rigido e sopracoperta con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.

Un adolescente, nell’Italia del ‘39, viene mandato a lezioni private da un anziano professore che vive in una casa enorme e quasi abbandonata. La sua introversione si scontrerà con quella del padrone di casa, ma solo così casa sarà costretto a crescere molto più di quanto avrebbe potuto immaginare.

Fuori l’autore.

Carmelo Samonà (1926-1990) è stato un grandissimo ispanista. La sua produzione letteraria è di tre brevi romanzi: “Fratelli”, “Il custode”e appunto “Casa Landau”, rimasto incompiuto. Noto solo per le sue ricerche letterarie, stupì il grande pubblico l’uscita, nel 1978, di “Fratelli”, considerato dalla Ginzburg “uno dei romanzi più belli che siano apparsi nei nostri anni”. Se vi interessa il seicento spagnolo, è lui l’uomo giusto; se vi interessa un grande scrittore con un piccolo pubblico, è lui l’uomo giusto.

La recensione in senso stretto.
Il romanzo è lento e faticoso, attraversato da una continua tensione esplosiva, come l’adolescenza che descrive. La scrittura è ricercata ma mai difficile. Tutto è svelato lentamente, come in lunghe spirali che si devono percorrere prima di giungere a una centro che è subito la partenza di un altro lungo percorso curvo. Il fatto che sia incompiuto non cambia nulla, dato che alla trama è già stato essenziale tutto quanto accade nel testo rimasto. Una nota editoriale racconta, discretamente e opportunamente, il resto che c’è da sapere.
Il romanzo è un caso particolarissimo di “bildungsroman”, perché tutto avviene senza che il protagonista giri il mondo o incontri chissà quante persone. Tutto può la letteratura, la matematica, il latino, e il linguaggio. E, fuori, lontano, rimane un regime oscuro che tenta di entrare ma che non riuscirà a scalfire la forza di questo ragazzo.
La bellezza della scrittura di Samonà è nella sua lentezza. Costringe a rallentare la lettura il tempo necessario ad aggiungere alle parole le sensazioni provenienti dai nostri ricordi. A me questo sembra un grande pregio.
Recentemente Mondadori ha ripubblicato in volume tutta l’opera narrativa di Samonà, ma il volume è dichiarato esaurito. Sellerio ha in catalogo “Fratelli”; si trova ancora “Il custode” di Garzanti. Tutti per pochi euro.

Perché dovrei leggerlo.
E’ sicuramente il meno “riuscito” tra i tre romanzi di Samonà, ma è l’unico che si apre un po’ alla storia intorno ai protagonisti. Raramente ho trovato un modo così delicato di parlare del fascismo e delle difficoltà che portava un regime politico alla vita familiare, ai rapporti con la figura del padre e della madre; senza mai tradire il “corto raggio” e la sensibilità che hanno gli occhi di un bambino e di un adolescente.

Peter Handke, I calabroni, Milano, SE, 1990; 202 pp., lire 26.000, cm 21×15, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta ruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.
Due fratelli giocano tra i campi; giocando si avvicinano a un fosso, e uno dei due accidentalmente annega. L’altro si nasconde, rincasando molto tardi; il protagonista, alla ricerca dei due, diventa cieco. La “story” è volutamente povera di avvenimenti; il romanzo è il continuo costruire e smontare i tentativi di raccontare la vicenda, e di aggiungervi particolari.

Fuori l’autore.
Peter Handke (1942-) è l’ultimo, in ordine di tempo, grande romanziere austriaco, di questa strana nazione che tutti ricordano per aver dato i natali a Hitler e per gli incesti segreti multipli, ma nessuno se la ricorda perché da Musil, alla Bachmann fino ad Handke genera almeno uno  straordinario scrittore per ogni generazione. “I calabroni” è il suo primo romanzo. Mica male.

La recensione in senso stretto.

Il testo è pesante e noioso. Il racconto non c’è, o per lo meno è continuamente costruito e smentito, per cui veniamo a sapere molti particolari “falsi” o inutili. I titoli dei capitoli e dei paragrafi non aggiungono nulla, quando non sono appositamente ingannatori. A quale scopo tutto ciò?
Il romanzo è una denuncia dei pericoli del linguaggio, dell’uso apparentemente innocuo che se ne fa. Handke riesce qui a mettere contro il linguaggio e la letteratura: il romanzo cerca di svelare quello che il linguaggio nasconde; i meccanismi della memoria, del raccontare, del descrivere cercano di fare a meno delle risorse del linguaggio; come giustamente nota, in un saggio accluso al testo, Wendelin Schmidt-Dengler, qui la poetica e poesia si scambiano i ruoli. Handke cerca di raccontare una storia facendo a meno della capacità rappresentativa del linguaggio, del suo pericoloso stare al posto delle cose; mostra la dipendenza della nostra memoria e dei nostri occhi dal linguaggio, per invitarci a farne a meno, se vogliamo davvero comprendere la realtà.
Il risultato è un romanzo che gira a vuoto sulla vicenda – perché non ne dice quasi niente – ma dice tutto su cosa si prova a tentare di raccontare una vicenda.
SE continua a proporre “I calabroni” (l’ultima edizione è del 2004) dato che evidentemente lo vende non in grandi numeri ma costantemente; la copertina non è più di Schiele, come nel caso della mia copia, ma il libro è identico.

Perché dovrei leggerlo.
Per capire che la bellezza di un romanzo sta, principalmente, nel rispondere a domande fondamentali sull’uomo senza ricorrere a un “esempio” che viene narrato, ma costruendo il mondo che, nel rispondere a quelle domande, produce quell’esempio. Questa io la chiamo “architettura” di un romanzo; ed essa, come voleva Gyorgy Lukacs, dev’essere “astratta”: il romanzo non la deve dire, deve solo mostrarla. “I calabroni” lo fa, anche troppo, a volte.

Gyorgy Lukacs, L’anima e le forme, Roma, SE, 1991; 280 pp., lire 30.000, cm 22×12.5, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

E’ un saggio su…
Dieci autori, tra scrittori, saggisti e filosofi: Popper (Leo), Kassner, Kierkegaard, Novalis, Storm, George, Philippe, Beer-Hoffmann, Sterne, Ernst. Ma non è solo questo. Pubblicato nel 1911, gode da allora di una meritata fama di piccolo capolavoro di un non-genere letterario quale è il saggio.

Recensione.
In questi saggi Lukacs tenta di definire cos’è un saggio letterario producendosi in dieci saggi letterari diversi per forma e modo di approcciare l’argomento. Gli stili sono molti: c’è una lettera, un dialogo, paragrafi spezzettati o lunghi periodi arieggianti. Molte volte, argomento del saggio è proprio la domanda se il saggio è un genere letterario o no, e come identificarlo. Rimane comunque, malgrado i molti anni trascorsi, una indagine geniale e profondissima sugli autori posti in esame.
In più, come si capisce consultando brevemente la biografia dell’autore, il saggio ha un sottotesto interessante e inquietante: i saggi descrivono, più o meno apertamente, dieci possibili modi nei quali avrebbe potuto evolversi la storia d’amore tra Lukacs e Irma Seidler. Invece lei si suicidò – come l’ultimo saggio, dedicato alla tragedia, elabora. Riletto alla luce di questo avvenimento, il libro tenta di risolvere il problema del rapporto tra la vita e l’opera; non può che farlo parlando di altre vite, e di altre opere. In questo tutta la sua grandezza e il suo limite.

Fuori l’autore.

Gyorgy Lukacs (1885-1971) è stato un filosofo più influente che grande, impegnato sui temi del marxismo e dell’estetica in genere; è stato anche uomo politico di una turbolenta Ungheria degli anni ‘50. Ha scritto su molti temi, ma quello della letteratura è stato un interesse presente da subito nei suoi lavori; i migliori – a mia modesta opinione – sono quelli precedenti alla piena adesione al marxismo, nella metà degli anni Venti.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?
Perché se l’arte vi piace anche un minimo, vi sarete senz’altro chiesti se bisogna essere per forza “strani”, bislacchi o psicopatici per essere dei grandi artisti. Questo libro tenta di rispondere a questo interrogativo in modo tremendamente serio.

Witold Gombrowicz, Corso di filosofia in sei ore e un quarto, Milano, SE, 1986; 120 pp., lire 28.000, cm 22×12.5, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

E’ un saggio su…

La storia della filosofia moderna (da Kant all’esistenzialismo) secondo Gombrowicz, romanziere geniale che prendeva terribilmente sul serio il suo rapporto con la filosofia.

Recensione.
In queste brevi e divertenti – involontariamente? – pagine, si capisce quanto è importante per un romanziere avere un rapporto chiaro col pensiero filosofico, e quanto un romanziere ritenga davvero importante di tutto quel pensiero…
La scrittura è frammentaria – si tratta in realtà di appunti per “lezioni” orali – ma comprensibile e divertente; ed è, nelle sue nozioni e nei suoi concetti, pienamente attendibile. Non è che Gombrowicz sia poco preciso; la sua è una lettura critica seria e meditata. In più, è breve.
Quello che ne viene fuori è una versione della filosofia analoga al mondo romanzesco di Gombrowicz: la verità non è di casa, il grottesco regna incontrastato, l’ironia ci salva ma la capiamo davvero in pochi. Per niente attuale, nevvero?

Fuori l’autore.
Witold Gombrowicz (1904-1969) è un romanziere tra i più importanti dell’occidente contemporaneo. “Ferdydurke”, “Pornografia”, “Bacacay”, “Cosmo”, sono letture della società occidentale che hanno influenzato la letteratura successiva o anticipato la storia e la politica; ma non ne hanno beneficiato nessuna delle due. Cosa che l’autore, appunto, sapeva già.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Perché riesce ad essere essenziale ed esauriente senza essere superficiale, e il fatto che lo abbia scritto un romanziere fa anche capire perché, a partire da un certo punto in poi, in occidente filosofia e romanzo vanno a braccetto. Litigano, ovviamente, ma vanno insieme, abbracciati.

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