Bachmann, Gombrowicz, Martini, Merleau-Ponty, Truffaut

Non credo sia corretto per un recensore tradirsi così, ma molti dei libri in questo numero sono quelli che “mi piacciono proprio tanto tanto”. Posso assicurarvi che non sono stato obiettivo, quindi – come non lo sono in nessuna mia recensione. Questo blog ospita i libri che mi piacciono, l’ho detto in piena onestà.

Witold Gombrowicz, Pornografia, Milano, Feltrinelli, 1994; 200 pp., lire 26.000, cm 14.3×22.3, copertina in cartoncino plastificato con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.

Una coppia di amici non più giovani incontra una coppia di adolescenti e, non potendo più vivere una passione carnale con i loro corpi, nella noia dei giorni di vacanza cerca di far nascere una tensione erotica nei due giovani; i quali, però, sembrano proprio non averne la minima voglia. Ciò che terrà insieme i quattro sarà un crimine commesso insieme, sotto gli occhi dei due anziani che vedono così realizzato il loro programma erotico dai due indifferenti adolescenti, ma non attraverso la passione, bensì attraverso la morte.

Fuori l’autore.

Witold Gombrowicz è stato un grande romanziere, ammirato molto dai suoi colleghi più di quanto lo è dal grande pubblico. Riconosciuto padrone incontrastato dell’arma della parodia di genere – uno dei punti di forza del vero romanzo – abbandona la Polonia nella quale è nato allo scoppio della Seconda Guerra per non tornarci mai più. La morte, dopo una vita spesa in Argentina e a Berlino, lo trova in Francia, esule critico di un’Europa che vorremmo tanto non esistesse più, e invece è ancora in ciascuno di noi “europei”. Importantissimo per la storia del romanzo è anche il suo Diario, in tre volumi.

La recensione in senso stretto.

Certamente Ferdydurke è il migliore dei romanzi di Gombrowicz, perché nella sua feroce ironia e nel suo profetico linciaggio della giovinezza ipocrita rimarrà sempre insuperabile; ma Pornografia ne è il lato oscuro, raffinata e algida parodia di mille generi letterari costruita per descrivere l’essenza del fenomeno pornografico.

La domanda di Pornografia, la struttura portante di ogni vero grande romanzo, è infatti: può un’esperienza vista dare lo stesso piacere di una esperienza vissuta? E se no, perché quella sembra sempre più attraente di questa?

Per rispondere a questa domanda, Gombrowicz costruisce una parentesi nell’ambientazione di guerra, dove tutto si concentra in poco tempo e tra pochi individui ma costringe tutto e tutti all’impietoso giudizio dello sguardo altrui. I dialoghi sono semplici, il linguaggio piano, tutto per contribuire a colorare di “necessità” una storia che invece sta in piedi grazie all’“assurdità” di ciò che accade – finché la morte non restituisce a tutti il significato delle proprie azioni. Le due parti del romanzo stanno a significare – anche nella costruzione dell’opera – la netta linea che divide il caso dalla necessità.

Gombrowicz raggiunge qui una delle massime ambizioni di un romanziere: usare il linguaggio per significare lo sguardo. E non lo fa modellando la lingua e il lessico attorno alla sua straripante capacità poetica, come Proust: lo fa spiazzando continuamente il lettore sulle sue abitudini linguistiche, costringendolo a pensare a ogni metafora – che diventa così un ostacolo, e non un mezzo per la comprensione. Il rischio che corre l’autore è lo stesso che corre il comico: che la sua parodia non venga colta come un rovesciamento della realtà, ma come una sua scialba imitazione. È lo stesso rischio che corre il lettore che pensa, in questo caso, di leggere un racconto, senza accorgersi che ha tra le mani un romanzo.

In Italia Feltrinelli lo ha meritatamente ritradotto del 1994, e da allora lo ha pubblicato in due collane, l’ultima l’anno successivo. Da allora, ogni tanto viene ristampato (l’ultima volta è il 2005) nella collana più economica: è in listino a otto euro. Però senza l’interessante apparato critico presente nell’edizione del ‘94.

Perché dovrei leggerlo.

Perché il mondo occidentale, coi suoi media veloci e choccanti ha abituato i nostri occhi a fare a meno del linguaggio, abituandoci a non poter parlare propriamente delle proprie esperienze visive perché le riteniamo ineffabili. Sta al romanzo ricordarci ancora che la nostra capacità di vedere – e di sentire attraverso la visione – dipende dalla nostra stessa capacità di riconoscere e significare quello che si vede con il linguaggio, e non il contrario.

Ingeborg Bachmann, Tre sentieri per il lago, Milano, Adelphi, 1995; 244 pp., lire 28.000, cm 21.8×14.2, copertina in cartoncino con sopracoperta e bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di buona qualità.

La trama, per sommi capi.

Il libro è una racolta di cinque opere, delle quali l’ultima, che dà il titolo italiano al volume, è un piccolo romanzo.

Una donna torna al paese di provincia dal quale proviene, e solo lì si rende conto del tempo che è passato; cercherà di rimettere insieme la sua esistenza, ma tutto le sfugge: gli amici, gli amori, le parole, la vita. Chi, cosa la uccide? Il romanzo procede come un calmo, irrevocabile strangolamento. Elisabeth, la protagonista, esaurisce l’aria che ha intorno, schiacciata lentamente e inesorabilmente da quel mondo che, apparentemente, prima era in grado di gestire. “Prima” di cosa? Perché due settimane di vacanza nella casa del padre, che è stata la sua da bambina, in un paese immerso nella natura hanno avuto questo effetto? La Bachmann dipinge con la sicurezza di un chirurgo un chiaro caso di omicidio. Ma può il linguaggio uccidere? Ebbene, in questo romanzo accade proprio questo.

Fuori l’autore.

Ingeborg Bachmann (1926-1973) è stata una delle più grandi scrittrici di sempre. Romanzi, racconti, poesie, giornalismo tutti di immenso livello poetico e di straordinaria lucidità storica e politica. Il suo interesse fondamentale, che emerge con forza attraverso tutti i modi dello scrivere che ha sperimentato, è capire il linguaggio. Come faccia l’Austria a produrre scrittori così con una media di uno ogni vent’anni rimane un mistero. Comunque, meno male che lo fa. Purtroppo, per nostra grande sventura, la Bachmann è morta troppo presto in uno stupido incidente domestico nella sua amata casa di Roma.

La recensione in senso stretto.

La scrittura della Bachmann è lenta e faticosa, appiccica quasi, e per questo è molto difficile staccarsene. Come il suo conterraneo Bernhard, non mette un capoverso manco a pagarla, ma al contrario di Bernhard, lei non ritorna mai su quanto già detto. Ha una grande, immensa capacità che probabilmente le viene dalla sua straordinaria facilità poetica: usa la terza persona come fosse la prima; malgrado il suo linguaggio porga il testo come se fosse raccontato, lei riesce a mantenere il tono del “vissuto”. Il senso complessivo di questa operazione della scrittura si riflette sul contenuto: c’è una oggettività, un distacco sempre cercato e mai trovato, un latente senso di “ricordo” che però è sempre smentito da qualche presenza troppo viva per essere dimenticata ma troppo poco sentita per essere posseduta. Questo clima quasi onirico è la cifra del suo stile.

In più, Tre sentieri per il lago è una prova del fatto che il romanzo, quando è tale, non si basa certo sulle dimensioni del testo. In circa cento pagine c’è tutto quello che un romanzo deve essere: critica, storia, vita, satira, politica, amore, morte, ironia, tragedia, proverbio e chiacchiera.

Adelphi non ha ancora finito le sue scorte dell’ultima lontana ristampa, che ha ancora il prezzo di otto euro. Vi prego, sfuggite la tremenda quarta di copertina, una delle peggiori accozzaglie di stupidaggini di cui è stato capace Pietro Citati.

Perché dovrei leggerlo.

Perché non bastano mai gli esempi per capire quanto male si può fare con le parole. In più, già i romanzieri sono meno degli scrittori; quando se ne incontra uno che è anche grandissimo poeta, illuminante giornalista, capace di capolavori anche in un genere di nicchia come il radiodramma, è il caso di non farsi sfuggire neanche una riga di ciò che ha scritto.

Gunther Grass, L’incontro di Telgte, Torino, Einaudi, 1982; 196 pp., lire 16.000, cm 19.5×11.5, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

La trama, per sommi capi.

A Telgte, nel 1647, un poeta raduna molti amici e conoscenti impegnati come lui nelle lettere a vario titolo, che arrivano in Westfalia da tutta la Germania; mentre seguono e commentano i negoziati per la pace seguente la tremenda Guerra dei Trent’anni, cercano un terreno comune tra le lingue e le storie di un paese in ginocchio. Grazie all’aiuto di una sapiente ostessa e della sua cucina, troveranno quello che il loro sfortunato paese non avrà mai, ma perderanno per sempre la “loro” osteria.

Fuori l’autore.

Gunter Grass, nato nel ‘27, Nobel nel ‘99, è trai pochi che si è caricato sulle spalle, come solo un romanziere sa fare, il peso tutto tedesco di fare i conti con il proprio sporco passato. E’ una lezione che molti, molti, molti dovrebbero imparare.

La recensione in senso stretto.

Il romanzo è una delizia, per chi ama l’arte tutta romanzesca di parlare di una cosa attraverso un’altra (la classica e sempiterna ironia romanzesca, che qualche sapientone chiamerebbe ‘saggismo del romanzo’). Grass ambienta trecento anni prima quello che è successo a un manipolo di poeti e letterati nella devastata Germania del ‘47. Ma, è ovvio, a Grass non interessa affatto la storia “vera”, altrimenti non avrebbe fatto un romanzo ma un lungo articolo. Invece, ironicamente, trasporta tutto indietro, dà via libera alla sua poesia e mette in scena un simposio di caratteri umani nei quali tutto quello che si può dire sulla lingua e sulla letteratura viene detto, discusso, amato e odiato. Il risultato sarà un documento che finalmente avrebbe potuto testimoniare una nuova identità di tutti i letterati e di tutta la letteratura; ma il documento finirà male, e tutti dovranno portare quello spirito nuovo appena trovato solo nel loro cuore.

Grass gioca con la Storia, e, da bravo romanziere, si disinteressa ai fatti per concentrarsi sulle occasioni; e così le chiacchiere in bocca a questi personaggi barocchi, che con tono leggero passano da una discussione tra poeti a una solenne abbuffata, si trasformano tutte in pesanti macigni sul nostro futuro – dopo essere state ironiche parodie del nostro presente. Grass in questo è impietoso: non ci sarà mai più qualcosa come l’incontro di Telgte, anche se continua ad aumentare la necessità di farne uno. Ma in fondo, l’incipit già diceva tutto: “Ieri sarà quel che domani è stato. Le nostre storie d’oggi non hanno bisogno di essere accadute adesso”.

Non è stato più ristampato dal 1982. Buona fortuna a chi vuole trovarlo.

Perché dovrei leggerlo.

Per ricordarci che i conti con il proprio paese vanno fatti in prima persona; se lasciamo che ci pensino gli altri, rapidamente nessuna terra sarà più il nostro paese.

Francois Truffaut, Il cinema secondo Hitchcock, Parma, Pratiche, 1985; 320 pp., lire 22.000, cm 18.2×11, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

E’ un saggio su…

Sul cinema. Che altro dire? Due registi tra i più grandi di sempre parlano, apparentemente, del cinema di uno di loro due; ma sono amici, si stimano e quindi, perché non parlare anche di tutto quello che ruota intorno al cinema? Lo so, è una frase trita e ritrita, ma credo che libri del genere non se ne leggeranno più.

Recensione.

Raramente due geni del cinema si sono parlati con questa franchezza, con la totale arbitrarietà dei discorsi che s’incontra in queste pagine. Truffaut abbandona presto i panni dell’incondizionato ammiratore per farsi un onesto indagatore di un genio che ammira; Hitchcock smette i panni del cinico professionista abbonato ai successi per rivelare le paure tipiche di un qualunque creatore e innovatore di un’arte già molto vecchia come quella cinematografica.

Il ritmo è sempre godibile, e le riflessioni – che pure sono molte – non sono mai pesanti né retoriche. Hitchcock appare per quello che è stato: l’inventore del cinema moderno quale oggi lo conosciamo. Tecnicamente ha inventato o perfezionato tutti i movimenti della macchina da presa; stilisticamente ha messo alla prova lo spettatore distruggendo e reinventando ogni cliché, ricevendo sempre dal pubblico una incondizionata ammirazione. Dai suoi rari insuccessi – di cui parla forse più dei sui capolavori – ha tratto insegnamenti preziosi che qui condivide; Truffaut, da parte sua, è un ottimo intervistatore che incalza senza petulare, non ha paura di chiedere spiegazioni e di farsi dare ragione di ogni giudizio non condiviso con il suo intervistato – che, insisto, sa ammirare senza adularlo.

Il libro è stato più volte ristampato, edito prima da Pratiche poi dal Saggiatore, ma in libreria non lo troverete mai. Occhio ai prezzi: ovviamente l’ultima edizione è a 39 euro, ma è facile trovare anche molte copie delle precedenti edizioni a undici euro al massimo.

Fuori l’autore.

Francois Truffaut (1932-1984), regista – tra gli altri – di I quattrocento colpi, Jules e Jim, Fahrenheit 451, Effetto notte, Gli anni in tasca, L’amore fugge… basta?

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Perché quando due grandissimi di un’arte si mettono a parlare a ruota libera delle cose che più amano, non si può non starli a sentire. E imparare tutto, ogni parola. Caldamente consigliato – mi permetto di farlo per la mia personale esperienza di docente – a tutti gli studenti di DAMS e simili.

Maurice Merleau-Ponty, L’occhio e lo spirito, Milano, SE, 1989; 80 pp., lire 15.000, cm 19.5×10.4, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di scarsa qualità.

E’ un saggio su…

Il rapporto tra la vita, l’arte figurativa, l’immagine che ci facciamo della nostra esistenza. Il tentativo di trovare una filosofia che eviti l’aridità e la falsa oggettività della scienza e che non sia il solito sterile pensiero che non ha più un legame con la vita. Hai detto niente…

Recensione.

In cinquanta pagine cinquanta Merleau-Ponty constringe a vedere il mondo in maniera nuova per sempre. Mentre è concentrato a lavorare su un’altra opera, lascia tutto per scrivere questo saggetto, per la rivista di un amico. Forse per questo il suo pensiero è distillato con facilità e leggerezza in un linguaggio denso e profondo, chiaro e potente. Un infarto lo colpirà a morte poco dopo la pubblicazione. Senza nessuna complicazione teorica, Merleau-Ponty ci regala queste pagine che sono, per la fenomenologia, tutto: esempio di metodo e di tensione per la ricerca di un linguaggio nuovo; introduzione alla fenomenologia e tentativo di superarne i limiti; pensiero dell’arte ma non “filosofia dell’arte”. Anche il lettore non interessato a questioni filosofiche troverà il modo di apprezzare un testo che parla così profondamente dei suoi occhi, della sua carne, del suo corpo e del mondo che li ospita.

Ancora viene commercializzata l’edizione del 1989, data per “reperibile in 1 o 2 giorni lavorativi”, segno che proprio non se l’è comprato nessuno. Ma attenzione, adesso lo pagate 12 euro.

Fuori l’autore.

Maurice Merleau-Ponty è oggi riconosciuto come il più grande fenomenologo francese. Basterebbe dire che Foucault rubava a tutti gli appunti delle sue lezioni, anche se ci andava personalmente. Purtroppo morì improvvisamente, nella primavera del 1961, lasciando quasi più appunti per libri in preparazione che opere pubblicate. Questa, grazie al caso, è la sua ultima opera.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

E’ un sano antidoto alla filosofia pallosa, verbosa e inutile. Il che mi sembra un enorme merito. In più, avvicina con occhi nuovi all’arte, anche se non figurativa; soprattutto a quella moderna e contemporanea, che ancora molti trovano incomprensibile.

Stelio Maria Martini, Tigri e filtri, Napoli, Morra, 2001; 128 pp., non prezzato, cm 16.5×11.4, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

E’ un saggio su…

Un grande poeta contemporaneo va a ruota libera su tutto, soprattutto questione letterarie e sociali legate al tema del linguaggio, del valore della parola, della poesia, con libertà di pensiero e profondità di visione rari da trovare altrove.

Recensione.

E’ difficile, ormai, che un editore permetta l’uscita di un libro di saggi brevi e illuminanti scritti senza il benché minimo progetto a tenerli insieme. In queste pagine scorrono temi e questioni di ogni tipo, affrontate col disinteresse tanto maggiore verso un possibile proselitismo quanto estremo è il rigore e la precisione con il quale questi saggi si mostrano armi contro l’indifferenza per le questioni del linguaggio. L’autore è stato protagonista di ogni movimento d’avanguardia (degno di questo nome), accaduto in Italia negli ultimi cinquant’anni e la sua “vicinanza” con i temi del linguaggio ne fanno un occhio spietato quanto colto sul “panorama” linguistico attuale. Insieme allo splendido corredo delle tavole di Salvatore Cutugno, le parole di Martini prolungano in tutti gli argomenti possibili quello stupore che le tigri del titolo (e delle tavole) esibiscono così bene nelle loro cornici; stupore che tanto dovremmo recuperare per smettere di vivere fenomeni che non comprendiamo.

E’ lo stesso stupore, anche se di minore importanza, che ci prende quando vediamo il libro in catalogo a 31 euro. Poi dice che in Italia non è colpa degli editori. No, mica.

Fuori l’autore.

Stelio Maria Martini, classe ‘34, è un grande protagonista della storia della poesia italiana soprattutto nei suoi movimenti d’avanguardia. Di quegli “intellettuali”, insomma, che nessuno del grande circuito mediatico si caga perché hanno troppo ragione. Come fai a venderlo, uno che ha sempre ragione?

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Perché i testimoni di quello che è successo nel nostro paese vanno sempre ascoltati, quando hanno davvero qualcosa da dire.

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