Burckhardt, de Rougeamont, Fruttero, Lucentini, Queneau, Stoker

Per una volta mi cimento con qualche autore di bestseller, ma non con i loro bestseller. Le vendite di un libro c’entrano pochissimo col suo valore, sia che non ci siano state sia che abbiano fatto arricchire autore ed editore.

Bram Stoker, La dama del sudario, Roma, Basaia, 1985; 176 pp., lire 18.000, cm 21×14, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta ruvida di bassa qualità.

La trama, per sommi capi.

Chi e è la donna che sembra galleggiare sulle acque e terrorizza i marinai della nave “Victorine”? Quale segreto nasconde il castello di Vissarion? Quali erano le vere intenzioni del ricchissimo Roger Melton, col suo strambo testamento? Ebbene sì: vi sto parlando di un polpettone ottocentesco in piena regola. Epistolare e diaristico, per giunta.

Fuori l’autore.

Bram Stoker, irlandese (1847-1912) è l’autore – cioè l’inventore – di Dracula. Direi che può bastare, come presentazione. Il resto della sua produzione è oscurato da questo monumento, ma non è affatto male – nel suo genere, ovviamente.

La recensione in senso stretto.

Il romanzo è un vero sfoggio di abilità narrativa: incastri, colpi di scena, atmosfere cupe e angosciose, fulminanti rivelazioni. Tutto molto più visibile e godibile che in Dracula, dove l’oscuro conte transilvanico forse cattura anche troppo l’attenzione. Qui, invece, l’eroe-protagonista è piuttosto insipido, a tutto vantaggio degli altri personaggi, del mistero da svelare e dell’ambientazione, che fanno passare in secondo piano una trama che, per noi smaliziati lettori del XXI secolo, è trita e ritrita. Ma non se ne accorge nessuno, ve lo garantisco. Come si conviene a questo genere, il linguaggio non ha sobbalzi né vertici di bellezza: tutto è sacrificato al compito di tenere il lettore incollato alla pagina, senza distrarlo dagli elementi che gli vengono lentamente somministrati.

Questa di Basaia, che mi risulti, è la prima edizione italiana; lo hanno ristampato in molti (minori), ma anche Editori Riuniti nel ‘96. Lo trovate in Internet a pochi euro, e credo che nelle bancarelle ve lo faranno pagare molto di più.

Perché dovrei leggerlo.

La storia del romanzo è fatta anche di romanzi prodotti al solo scopo di essere letti con piacere. Questi non servono tanto a mettere in questione o in imbarazzo chi legge con domande inquietanti, e non hanno il valore di testimonianza – non più di un qualunque altro documento – né di “esempio” per scrittori futuri – quello lo sono tutti i romanzi, anche i meno riusciti.

Il romanzo è innanzi tutto un’opera d’arte e, come tutte le opere d’arte, prima di tutto ci deve dare piacere, gusto di essere letto (o visto, o sentito). Se no, ha fallito. Almeno come opera d’arte.

Raymond Queneau, Troppo buoni con le donne, Torino, Einaudi, 1984; 188 pp., lire 14.000, cm 19×12, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta ruvida di bassa qualità.

La trama, per sommi capi.

Dublino 1916: un momento dell’insurrezione irlandese. La conquista dell’ufficio postale da parte di un manipolo di insorti si rivelerà un fallimento a causa, soprattutto, di alcune presenze inaspettate che sconvolgeranno la compattezza del gruppo di combattenti. L’esercito inglese farà il resto, ma con molto tatto.

Fuori l’autore.

Raymond Queneau (1903-1976), francese, è stato scrittore, poeta, matematico; si è occupato febbrilmente e profondamente di letteratura con tutte queste sue capacità. Inizialmente surrealista, poi fondatore dell’OULIPO (non ve lo dico cos’è). Ebbe grande successo con “Zazie nel metro”, che fu subito anche un film di Malle, uno dei tanti capolavori della Nouvelle Vague. Ancora più famosi, forse, sono i suoi “Esercizi di stile”.

La recensione in senso stretto.

Ritmo travolgente e umorismo di ogni genere riempiono le pagine di questo strano poliziesco, nel quale non si può non stare dalla parte dei “cattivi” e detestare la giusta ostinazione dei “buoni”. Queneau piega la lingua e la forma alla velocità: i protagonisti pensano poco e agiscono molto, eppure gli avvenimenti li colgono sempre nel mezzo di qualche altra faccenda. I ribelli irlandesi sono zoticoni simpatici e molto umani, gli inglesi una barzelletta delle loro più note caratteristiche; chi ne esce davvero male sono le donne. Un romanzo “misogino e truculento” (Starnone) che usa queste due caratteristiche per operare un curioso ritratto del passaggio attraverso la pubertà. Peccato che nessuno dei protagonisti viva molto per raccontarlo a qualcun altro.

Queneau gioca con i luoghi comuni, con un episodio storico, con la lingua, con la forma (66 brevi paragrafi) e con la trama, prevedibile nell’esito ma mai nel modo. Non gioca però con il lettore, con il quale il bizzarro stile che ha scelto è sempre sincero nel far pensare – come si conviene a ogni buon romanzo – ai grandi interrogativi dell’uomo. Cos’è la vita? Come ci si prepara alla morte? Esiste Dio? Cos’è l’amore, cosa c’entra con la sessualità?

Einaudi lo ha ristampato nel 2006.

Perché dovrei leggerlo.

Perché i confronti con un mostro della lingua come Queneau non bastano mai. Il suo arsenale sembra illimitato, e leggerlo è sempre piacevole e istruttivo insieme. Qui poi una lode speciale va al traduttore, che rende al meglio possibile le acrobazie dell’originale francese; sarebbe un’ottima palestra per traduttori leggersi entrambe le versioni.

Un altro buon motivo per leggerlo? Fa ridere. Anche se lo si è già letto molte volte.

Denis de Rougemont, L’amore e l’occidente, Milano, Rizzoli, 1998; 498 pp., lire 16.500, cm 20×13, copertina cartoncino, rilegatura incollata, carta liscia di bassa qualità.

E’ un saggio su…

“Eros morte abbandono nella letteratura europea”, cita il sottotitolo. Una lunga – quasi 500 pagine, non dite che non vi avevo avvertito – rincorsa alle fonti della letteratura europea, in un Medioevo al quale apparteniamo ancora, con una gioia di sapere e di scoprire che dopo settant’anni (il libro è del ‘39) ancora entusiasma. Al centro dell’indagine, la forza del desiderio, del sentire l’amore, del viverlo, per congiungerci a quegli uomini europei che ci hanno dato il romanzo come oggi lo conosciamo.

Recensione.

Il libro è troppo “storico” per inventare qui un contenuto nuovo, una critica nuova per lui. Va detto però ancora e ancora che l’autore ha raggiunto una felicità espressiva e una gioia nel ricercare, nel proporre, nell’intuire, che si è rivista pochissimo nella critica letteraria successiva. Il libro non appare datato – e lo è, se non altro perché tutte le strade che ha aperto sono state battute più e più volte – perché quell’amore che va cercando come oggetto misterioso perso nei mille poemi, nelle mille lingue nascenti nell’Europa medioevale, de Rougemont l’ha messo inanzi tutto nella sua prosa.

Il testo percorre senza farsi troppi problemi strettamente “storici”, tutta la produzione dei canti medioevali, ne cerca le origini e ne traccia le strade sia letterarie sia culturali in genere, inanellando una dopo l’altra le tappe concettuali del loro sviluppo futuro: la religione, il mito, la passione, la guerra, la morte, la fedeltà, il matrimonio. Davanti a un’Europa che sta entrando nel suo periodo più orrendo, de Rougemont prende quel periodo che molti ancora – sbagliando – considerano buio e ne fa il calderone di tutte le migliori “qualità” letterarie occidentali. Senza nascondersi, però, che all’orizzonte si profila il disfacimento, lento e inesorabile, di tutto questo patrimonio. La società e l’amore, sostiene De Rougemont, sono incompatibili: questa è la paradossale storia dell’Occidente europeo.

Questa edizione del ‘98 risulta ancora in vendita. Buona fortuna.

Fuori l’autore.

Personalità europea come poche, nasce in Svizzera e passa la sua vita nello sforzo di riunire l’Europa in qualcosa di comune – culturalmente, non politicamente. Conosce ed ha proficui scambi praticamente con tutte le personalità intellettuali più grandi del suo tempo, e si fa promotore di tante istituzioni e iniziative che ancora oggi gli sopravvivono. Malgrado tutto questo, la sua vita è offuscata dallo straordinario successo di questo libro.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Perché nei libri come questo, io credo, è raccontata la vera storia dell’Europa. La storia che vale la pena di raccontare, e di tramandare, e per la quale vale la pena, anche se siamo italiani (inglesi, francesi, tedeschi, spagnoli…) di sentirci europei: la storia del romanzo.

(Sì, la penso proprio come Kundera, anche se è molto antipatico).

Carl Jacob Burckhardt, Incontro con Rilke, Palermo, Sellerio, 1990; 80 pp., lire 10.000, cm 15.5×10.5, copertina in cartoncino con sopracoperta, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

E’ un saggio su…

Non è facile capire “su” cosa sia questo scritto. Probabilmente il suo oggetto è “come passano il tempo i poeti”, o “come sono fatti i poeti quando parlano tra loro”. Oppure, più tecnicamente, “sul problema di tradurre la poesia”. E’ uno spaccato di vita parigina dell’inverno 1924, nel quale casualmente s’incontrano e parlano tra loro di poesia Burckhardt, Rilke, Herr e il loro ospite, un libraio appassionato ed entusiasta. Lo scritto, in fondo, non è che parte di una biografia, ma fa pensare come un piccolo saggio, e tale lo considero.

Recensione.

Burckhardt è uno scrittore – in questo caso – delicato e modesto: i presenti sono più importanti di lui, e lui si fa da parte a descrivere quello che succede. Tanto non c’è bisogno di enfatizzare molto, data la statura dei personaggi. Il racconto di questa speciale mattinata d’inverno fila ora tranquillo e ironico, ora calmo e appassionato. Gli interlocutori si trovano immediatamente al centro del tema più importante – si deve, si può tradurre la poesia? Che caratteristiche proprie hanno le lingue, e si può, queste tipicità, tradurle? – che s’illumina delle loro battute, dei loro richiami, dei loro assensi.

Non c’è alcuna difficoltà a seguire – il vero problema è tentare di scendere nella loro profondità. Ma per questo servono ben altri tomi, che qui sarebbero davvero fuori luogo.

Il saggio di Antonio Gnoli che accompagna il testo è utile e piacevole, ma vi prego – come sempre – di leggerlo dopo il testo. Ricordate anche che la traduzione dall’originale tedesco è di Ervino Pocar, e forse già questo da solo è un valido motivo per leggerlo; soprattutto a chi traduce, per lavoro o per hobby, questo libretto regalerà un momento intenso e piacevole.

Lo ha ripubblicato di recente Bompiani a sei euro, in una edizione penosa. Provateci almeno un po’, a cercare in giro (e su Internet) il Sellerio. Ne vale la pena.

Fuori l’autore.

Carl Jacob Burckhardt è stato un grande storico e storico dell’arte. Svizzero, frequentò molto gli intellettuali della sua epoca (metà dell’Ottocento), fu amico di Nietzsche, Storm, Kugler, e appunto Rilke. Tanto per capire la sua importanza e la sua influenza, due esempi: dalla sua diffusissima opera “La civiltà del Rinascimento in Italia” è nato il luogo comune che il Medioevo fu un periodo di buio intellettuale e arretratezza culturale; un pregiudizio ancora duro a morire. Ancora più celebre è stato il suo “Il Cicerone”, una fortunatissima guida turistica dedicata all’Italia, che è addirittura diventato un modo di dire.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Perché credo che non sia inutile ricordarsi che anche i grandi intellettuali e artisti vanno al bar, dimenticano le cose, chiacchierano di sciocchezze, sono in imbarazzo. La differenza rispetto a “noi”, forse, sta nella sensibilità con cui lo fanno, e con cui sanno sollevare i fenomeni dalla loro banalità quotidiana per farli essere speciali occasioni. Questo libretto ci ricorda che anche noi, ogni tanto, potremmo riuscirci. O perlomeno provarci.

Carlo Fruttero e Franco Lucentini, L’idraulico non verrà, Genova, Il Melangolo, 1993; 64 pp., lire 10.000, cm 16×10.5, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

Questo libretto edito da “il melangolo”, in quella collana “nugae” che ho lodato già altre volte, contiene ventisette componimenti dei due autori, alternati perché “dopo tanti anni di lavoro insieme sine ulla querella […] che senso avrebbe avuto spartirci il libretto a metà”. Mentre Fruttero crea quattordici piccole poesie, Lucentini alterna tredici stanze di un unico poema, Epigrafica e metafisica.

Il linguaggio è facile, i temi quotidiani. Niente di che, insomma. La meraviglia è davvero la protagonista: lo stupore di fronte alle piccole cose inquadrate e dette da due poeti – almeno in questa occasione. L’ironia è l’arma suprema, e da questo si vede che i due sono in origine, e per temperamento, romanzieri: Lucentini nel tono fintamente solenne col quale si arrende ai fenomeni, Fruttero – rispettoso del ritmo e della rima – nella nostalgia per un tempo che non c’è più.

Quando i grandi si divertono, è il caso di essere lì a raccogliere le loro risate. In queste cinquanta paginette ce ne sono molte, e di vario tipo. Last but not least, il libretto ha una delle migliori quarte di copertina che abbia mai letto.

Ormai si può comprare solo dal sito del “il melangolo”, o nelle solite fortunate bancarelle.

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