Anders, Campanile, Garroni, Jakobson, Orten

Anche stavolta, affezionati lettori, due romanzi, due saggi e un libro di poesia. E mi è stato chiesto di vendere due dei libri recensiti qui, a ulteriore riprova che nel nostro mercato librario c’è qualcosa che non funziona. Prima di tutto, temo, il rapporto domanda-offerta: mi scuseranno gli operatori del mercato alimentare, ma un libro non si può vendere come il pane, né quanto il pane. E’ tutto un altro tipo di cibaria.

Achille Campanile, Se la luna mi porta fortuna, Milano, Rizzoli, 1981; 224 pp., lire 2.500, cm 17,5×11, copertina in cartoncino, rilegatura incollata, carta ruvida di bassa qualità.

La trama, per sommi capi.

Un viaggio, lungo un giorno, di un gruppo di strampalati personaggi. Dato che il suo è, come dice Eco nel saggio introduttivo, un “umorismo di montaggio”, il romanzo di Campanile è del tutto irriassumibile.

Fuori l’autore.

Achille Campanile (1899-1977) scrittore giornalista e drammaturgo, credo vada ricordato soprattutto per il suo uso ironico e sferzante di tutte le armi del linguaggio, soprattutto dell’illogicità eletta a chiave umoristica e del luogo comune come arma di distruzione di massa – linguisticamente, s’intende. Impeccabili nel lessico e nella sintassi quanto paradossali nella trama, i suoi romanzi sono un notevole contributo alla salvaguardia di un italiano che non esiste già più. Straordinarie forse più dei romanzi sono le sue “Tragedie in due battute” (la prima rappresentazione è del 1925).

La recensione in senso stretto.

Campanile ha subito in Italia i trattamenti critici più svariati. Innanzi tutto, evitiamoli.

La sua scrittura è apparentemente facile e discreta, del tutto “basic”; la sua arte sta nella forma, non nel lessico, che pure è ricercato e impeccabile. Questo, come molti altri suoi, è un romanzo fatto interamente da avanzi del linguaggio: forme idiomatiche, proverbi, luoghi comuni, messi in bocca o sceneggiati da personaggi improbabili e poco credibili. L’obiettivo è però preciso, e còlto infallibilmente: smascherare l’ipocrisia. Campanile ti dà del cretino mostrandoti come usi il TUO linguaggio, e anche se questo uso banale e troppo poco riflettuto funziona, ciò non giustifica l’insulsaggine delle nostre abitudini linguistiche. Per questo Campanile frammenta continuamente – come nella migliore tradizione romanzesca – il racconto con lunghe digressioni, a volte molto poetiche e struggenti. Anch’esse sono fatte delle più sentite ovvietà, ma la loro posizione nella trama non è mai ingenua o banale. Se esse non colpiscono il lettore, è quest’ultimo ad essere ormai insensibile, e non il romanzo a non essere più espressivo.

L’edizione più recente, sempre nella BUR Rizzoli, è del ‘99.

Perché dovrei leggerlo.

C’è modo e modo di opporsi al fascismo – e anche su questo tema riguardo Campanile s’è scritto di tutto. Mostrare la rovina di un linguaggio ipocrita – che pure riesce ancora a dire qualcosa – è uno di quelli artisticamente più significativi e duraturi. In un’epoca nella quale tutto è già sentito e scritto, e le parole passano da una persona all’altra senza che portino più alcun contenuto – verità, esistenza, presenza – Campanile andrebbe studiato a fondo. Secondo me, eh.

Emilio Garroni, Dissonanzen Quartett. Una storia, Parma, Pratiche, 1990; 230 pp., lire 23.000, cm 20,5×12,5, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.

“La storia, dice, cominciò male – come tutte le storie, anche quelle che non lo sembravano – dato che innanzi tutto doveva cominciare”. Con un incipit del genere non c’è da sperare molto: infatti di tutto si può dire, su questo romanzo, tranne che abbia una trama. Alcuni personaggi vagamente accennati parlano di com’è complessa una storia in genere, e di molte altre questioni fondamentali per chi ama le storie.

Fuori l’autore.

Emilio Garroni (1925-2005) è stato un grande filosofo italiano, “il filosofo che amava le arti” (De Mauro). Innovatore dell’estetica italiana post-crociana, al suo lavoro pluridecennale di docente universitario ha sempre accompagnato una pratica narrativa e pittorica. Come per le persone verso cui avete un debito incolmabile, non riesco a dirne di più, scusatemi.

La recensione in senso stretto.

Se c’è un meta-romanzo, è questo: “una storia”, dice il sottotitolo, per dire “una storia in generale”. Tutti gli strumenti e i momenti decisivi per la scrittura e per la struttura di un romanzo sono qui discussi, proposti, analizzati, usati e non usati, deliberatamente messi alla prova da una scrittura che non dice nulla mostrando tutto. O per lo meno prova a farlo, percorrendo un limite affascinante e pericoloso.

Ciò che viene scritto è un continuo tentativo di rendere esplicita la fattura di una storia, ma essendo questo un compito impossibile, il romanzo non può che essere un continuo, finto, impersonale citare e rimandare ad altro, seguendo però un canovaccio che corrisponde alle tappe importanti – necessarie? – per ogni storia che possa essere comprensibile. Questo altro è fatto in parte di luoghi comuni, che qui mostrano la loro inutile preziosità, e di rimandi letterari o cinematografici.

Questi ultimi sono spiegati – “a malincuore”, dice Garroni – in fondo al testo, in una nota che come ogni “istruzione per l’uso” non è affatto necessaria, e per questo va letta alla fine; una raccolta di spiegazioni che, com’è ovvio, non spiega un bel nulla – a chi cerca spiegazioni, ovviamente. Per quanto mi riguarda, non mi stanco mai di rileggerla.

Il libro è dato ovunque come fuori catalogo e non acquistabile. Buona fortuna.

Perché dovrei leggerlo.

Credo che un testo del genere debba interessare soprattutto chi pensa di scrivere qualcosa, o chi vuole sapere come si fa a farlo. Qualcosa come una storia o un saggio, insomma qualunque cosa. L’obiettivo è scrivere una storia in genere: LA storia, forse. Il libro ovviamente non ci riesce, ma assistere a questo tentativo può essere davvero molto istruttivo.

Gunther Anders, Kafka. Pro e contro, Ferrara, Corbo, 1989; 138 pp., lire 18,000, cm 20×12, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

E’ un saggio su…

Su Franz Kafka: “non vuole essere un’introduzione; piuttosto un commento. Il che significa: utilizzato non prima, ma accanto o dopo la lettura di Kafka”. Dato quanto ha saputo dire Kafka su tutti noi, questo saggio non si risparmia nessuno dei grandi temi dell’occidente del secondo dopoguerra.

Recensione.

E’ il caso di dire due cose separate per due lettori differenti.

Per chi conosce la letteratura su Kafka: questo saggio, nato nei suoi elementi fondamentali nel ‘34, non ha nulla in comune con il resto della saggistica kafkiana, soprattutto perché è al di fuori della moda che ha colpito lo scrittore céco nel secondo dopoguerra. Lo stesso Anders è sorpreso che, pur richiesto ai tempi di quella riscoperta kafkiana, il suo saggio venga accettato lo stesso anche se al suo interno si mette il lettore in guardia da qualunque “modernità” di Kafka. Però, come lui stesso racconta, lo definisce “realista”, e questo per l’editore americano molto “continental” bastò.

Per chi non ha letto nessuno (o pochi) saggi su Kafka: siete nella fortunata condizione di poter leggere questo testo senza alcun pregiudizio. Godetevelo, ma con calma, ché la prosa di Anders si digerisce con la stessa velocità e leggerezza del cenone natalizio. come consiglia lui stesso, dovreste leggere (o rileggere) qualche opera e poi immergervi nel saggio.

Per tutti: Anders è qui un saggista acutissimo, che dibatte punti di vista opposti lasciando sempre al lettore il compito di scegliere. Se mai un saggio ha trasmesso, insieme al contenuto, lo spirito del suo oggetto, è questo. “Il quesito di Anders riguarda l’ethos della letteratura in questa costellazione storica” (Barnaba Maj); è per rispondere a questa domanda enorme sul rapporto tra letteratura e storia che Anders si rifà a Kafka – un autore che aveva molto a cuore proprio questo problema, e intorno al quale il saggio tocca tutti i temi noti e arcinoti dei romanzi kafkiani: la colpa, la pena, i nomi, le convenzioni sociali.

Lo ha ristampato Quodlibet, nel 2006, a 14,50 euro. La traduzione è la stessa, ma in più ci sono due interessanti aggiunte: la critica di Max Brod (amico e, diciamo così, “salvatore” delle opere di Kafka) al saggio di Anders e la sua replica a Brod. Per una volta, vale la pena comprare quest’ultima edizione.

Fuori l’autore.

Gunther Anders (1902-1992) è il nome scelto da Gunther Stern, membro di una élite culturale (compagno di Hannah Arendt, parente di Walter Benjamin) di cui però è l’elemento meno conosciuto e ancora oggi da scoprire del tutto, anche data la mole dei suoi scritti. Filosofo di nascita, lontano da accademie, vive per molti anni di umili lavori prima di scrivere i suoi libri più noti e una serie innumerevole di articoli, conferenze, saggi vari. Indispensabile quanto indigesto.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

I romanzieri sanno come parlare dell’uomo, come interrogarlo: saggisti e filosofi no, e allora prendono un romanziere o un romanzo e attraverso loro ne parlano obliquamente. Non ci si perde nulla, è solo un po’ più difficile, a volte sgradevole, ma più sicuro. Anders è terribile da leggere “da solo”; se parla d’altro, è molto più interessante e quasi piacevole. Per essere il filosofo dell’èra atomica, non è poco.

Roman Jakobson, Russia Follia Poesia, Napoli, Guida, 1989; 224 pp., lire 30.000, cm 22.5×14, copertina in cartoncino con sopracoperta plastificata, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

E’ un saggio su…

Sono qui raccolti saggi e interviste di Jakobson; i temi sono quelli a lui più cari e ripetuti nel titolo, anche se la poesia fa sicuramente da leitmotiv a tutto il testo. Non si può evitare di pensare che il curatore, Tzvetan Todorov, non abbia voluto creare un piccolo omaggio personale allo stesso Jakobson, e per noi “un invito a cercare l’innamorato dietro al sapiente e il fervore oltre l’austerità”.

Recensione.

A parte l’interesse per il grande padre della linguistica, i testi raccolti da Todorov danno un ritratto a tutto tondo della vita e delle rinunce di uno studioso che ha affrontato insieme ai suoi amici,via via scomparsi, periodi storici a dir poco burrascosi. Il suo atteggiamento rigoroso – sia verso la disciplina di studio che verso la storia che aveva intorno – probabilmente lo ha salvato da avvenimenti storici che hanno decimato la sua generazione, ma ha gettato molte ombre sulla sua esistenza. Quelle ombre sono la cosa più interessante del testo – per chi non s’interessa di linguistica, ovviamente.

E poi c’è la poesia, per cui Jakobson nutriva – per usare le giuste parole di Todorov – un vero amore. Passione che non offusca mai la lucidità dello studioso, che sola può aiutarlo a districarsi con raro acume, per esempio, nei difficili versi dell’ultimo Holderlin. Chi vuole parlare di poesia non può fare a meno di queste lezioni.

Guarda un po’, un testo del genere era in catalogo presso Guida. Chi altri? Tanti auguri a chi vuole acquistarlo adesso.

Fuori l’autore.

Roman Jakobson (1896-1982) è stato un grande linguista russo, formalista e strutturalista. Ha inventato la teoria della comunicazione linguistica: direi che può bastare. “Saggi di linguistica generale”, raccolta di vent’anni di studio, sembra sempre scritto oggi.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Perché è arduo parlare propriamente della poesia senza rovinarla, rispettandone l’essenza. Jakobson lascia in questi testi un’importante testimonianza di come uno studioso, per quanto grande e appassionato, non deve mai sentirsi “superiore” a ciò che studia. E’ qualcosa di molto molto difficile, accaduto raramente.

Jiri Orten, La cosa chiamata poesia, Milano, Mondadori, 1991; 222 pp., lire 11.000, cm 18,5×11, copertina in cartoncino, rilegatura incollata, carta semiruvida di media qualità.

Jiri Orten è vissuto solo ventidue anni, prima che una stupida automobile tedesca (un’ambulanza, dice qualcuno) gli lasciasse altri due soli giorni di coma incosciente. Una specie di metafora – solo un po’ in anticipo – di quello che a lui, ebreo praghese, sarebbe forse successo comunque di lì a poco in quel 1941.

Nelle sue poesie c’è tutta una lingua che muore e che vive nei suoi versi, portando tutto con sé. Per chi mai può scrivere un cèco che vive in un paese che non è mai esistito (la Cecoslovacchia era nata da accordi a tavolino) per un paese che mai esisterà (la Boemia non è mai stata indipendente)? Scrive con e per la sua lingua, quindi scrive per tutte le lingue; non c’è argomento che non tocchi, non c’è potere che può resistergli. Jiri Orten fa “la cosa chiamata poesia”. La scrive con una forza che nessuno ha più. Personalmente non pensavo di leggere più versi di questo genere, dopo Novalis. E invece l’unico e solo romantico mai esistito ha avuto un allievo, altrettanto giovane e sfortunato. A noi rimane solo quella cosa, chiamata poesia, come se fossimo capaci di capirla davvero. Probabilmente quella meraviglia di cui si parla ogni tanto come qualcosa da riscoprire, da saper trovare, è qui.

Di questo libro, di ristampe o di altre edizioni, non si hanno notizie. Non me ne stupisco.

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