Boll, Bulgakov, Conard, Irwin, Kundera, Lem, Lombardo, Maupassant, Skoble

Questo numero sembra aver poco a che fare con il romanzo. Sembra. Ci sono cose che formalmente non lo sono, ma che vivono ai limiti del romanzo, in una specie di territorio di confine da dove, però, certi paesaggi romanzeschi si vedono meglio che dal centro – ammesso che esista, poi. Spero, come sempre, che piaceranno a voi quanto a me. In questo numero una novità: la recensione di un libro che non è “vecchio” nella mia libreria. Non sarà l’ultimo, ma non chiedetemi quando ci sarà il prossimo.

P.S. Mi scuso con tutti voi per il ritardo con il quale pubblico questo numero. A volte la notte non porta consiglio, solo sonno.

Michail Bulgakov, Morfina, Genova, Il Melangolo, 1988; 104 pp., lire 16.000, cm 20,5×13,7, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta liscia di scarsa qualità.

La trama, per sommi capi.

Questa piccola raccolta mette insieme tre racconti “medici” di Bulgakov, fortemente autobiografici tutti, tanto da sembrare parti di un’unica opera. Sullo sfondo la Russia degli anni ‘20, quando ogni momento sembrava essere quello ”decisivo” per la propria vita. Storie di malattie, dipendenze, di medici poco coraggiosi e molto umani nelle loro debolezze.

Fuori l’autore.

Michail Bulgakov è universalmente noto per Il Maestro e Margherita, straordinario romanzo. Ma questo monumento non s’è formato da solo, anche se per le vicende dell’autore sembra uno scritto nato dal nulla. In realtà è solo il periodo storico particolarmente imprevedibile che lo ha costretto a tacere e/o a rendere irreperibile molto della sua opera di scrittore. Comunque, per nostra fortuna, si salva dalla furia staliniana per meriti artistici, e non medici – quello di medico, infatti, era il suo lavoro.

La recensione in senso stretto.

I racconti sono evidentemente autobiografici, e probabilmente il loro interesse letterario è solo questo. Però è anche vero che raramente s’incontra un autobiografismo così ironico, e in un autore (allora) tanto giovane. Gli anni della professione di medico, per Bulgakov, sono evidentemente un laboratorio di scrittura formidabile: intorno solo neve e persone con le quali non si può certo intavolare una discussione sulla letteratura. Il risultato sono questi racconti nei quali c’è solo puro e semplice esercizio sul linguaggio, e mestiere di scrittore. Affascinante e pedagogico.

Perché dovrei leggerlo.

Perché è molto difficile, per uno scrittore, calibrare il peso della propria immagine di autore all’interno dei suoi scritti; Bulgakov lo fa, fin da subito – questi racconti sono degli anni Venti – e con una facilità disarmante. Leggere un linguaggio del genere – anche in traduzione – è un piacere istruttivo come pochi; beninteso, per chi vuole imparare qualcosa da ciò che legge.

Stanislaw Lem, Fine del mondo alle 8, Roma-Napoli, Theoria, 1986;128 pp., lire 10.000, cm 15×10, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta liscia di media qualità.

La trama, per sommi capi.

Un reporter smaliziato e pronto a tutto viene messo sulle tracce di una scoperta scientifica clamorosa, di cui si parlerà a una conferenza segreta di fisici. Lì un anziano scienziato è sbeffeggiato da un collega durante la conferenza, e per vendetta decide di mostrare la potenza di ciò che ha scoperto decidendo l’apocalisse per le otto del giorno dopo. Il giornalista sventerà la minaccia con l’aiuto di in gattino, ma la verità sulla scoperta del professore non si saprà mai.

Fuori l’autore.

Stanislaw Lem (1921-2006), polacco, passa il periodo di guerra tra molti lavori diversi, continuando faticosamente gli studi di medicina; si laurea nel ‘48, ma dal ‘50 è già dedito completamente alla letteratura. La sua fantascienza è sempre diretta a mettere l’uomo di fronte a un cosmo che gli pone domande fondamentali sulla sua esistenza. Del 1961 è Solaris, certamente la sua opera più nota grazie anche al meraviglioso adattamento cinematografico di Tarkovskij; ma tutti i suoi romanzi e racconti sono da scoprire, tra filosofia, fantascienza, umorismo. E’ stato, tra le altre cose, un sorprendente precursore dei problemi della comunicazione e della cultura nell’era digitale.

La recensione in senso stretto.

In magistrale equilibrio tra umorismo e scrittura saggistica, Lem in questo racconto condensa un tema forte e “duro” in uno spazio breve e leggero. I luoghi comuni letterari sono molti, soprattutto nella caratterizzazione dei personaggi, ma la sua bravura sta nel farli agire in una maniera non convenzionale, sorprendendo il lettore che non ha punti di riferimento: non c’è il bene contro il male né il giusto contro l’ingiusto, ma solo piccoli interessi personali che si portano dietro, scetticamente consapevoli, i destini del mondo. Nell’uso di questo tono leggero e dissacrante, la fantascienza si Lem non ha eguali – opinione del tutto personale, s’intende.

Theoria è un editore che non esiste più, che ha seguito in parte la sorte di Editori Riuniti, mentre una collana è stata presa da Costa & Nolan. Aveva in catalogo titoli e collane molto interessanti e coraggiosi, infatti…

Perché dovrei leggerlo.

Se pensate che non vi piaccia la fantascienza, leggete Stanislaw Lem, cominciando da questo racconto. Molte banalità riguardo questo genere letterario verranno spazzate via, e forse guadagnerete un mondo letterario che non pensavate vi potesse interessare. Se invece apprezzate già il genere fantascientifico ma non avete mai letto Lem, allora non avete ancora esplorato abbastanza dei limiti estremi di quella letteratura. Datevi da fare.

Heinrich Boll, Rapporti sui sentimenti politici della nazione, Torino, Einaudi, 1976;58 pp., lire 6.000, cm 18×5,5, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

La trama, per sommi capi.

Attraverso rapporti di agenti segreti, che si firmano con pseudonimi, viene messo in ridicolo quel sistema politico che organizzando strutture per trovare ogni forma di complotto, ne crea da sé.

Fuori l’autore.

Heinrich Boll (1917-1985), i cui premi, allori, e la cui carriera potete leggere meglio altrove – mi piace solo ricordare particolarmente la sua appartenenza al “Gruppo 47” con Grass e la Bachmann – è un bellissimo esempio di romanziere autonomo e “contro” qualunque sistema di potere e controllo nel quale si è trovato a vivere. Ha subito campagne denigratorie da tutte le formazioni politiche e da organizzazioni private, ed ha risposto ampiamente come si conviene: nelle opere.

La recensione in senso stretto.

Se c’è un brillante esempio di rappresentazione dell’ipocrisia “politica”, è questo libretto. Il tono leggero fa passare come inezie mille bordate satiriche che, grazie al lavoro di un ottimo curatore, si possono apprezzare anche non conoscendo troppo bene i fatti dell’epoca. Poi ci si riflette un attimo e si capisce al volo che quell’epoca non è affatto passata. Se letterariamente non è certo il capolavoro di Boll, rimane un piccolo splendido esempio di cosa può fare un grande romanziere in poco più di cinquanta pagine. A me non sembra poco.

Qualunque cosa troviate in giro della collana “Nuovo Politecnico” di Einaudi (copertina bianca con un quadrato rosso), compratelo. Oppure fregatelo, fate voi. Ma non vi fate sfuggire gli esemplari di una rara collana di grandissimo valore – non economico, beninteso.

Perché dovrei leggerlo.

Da Heinrich Boll, da tutto ciò che ha scritto, si possono imparare a usare tutte le sfumature della parola “libertà”, cosa essa significa per un romanziere.

Milan Kundera, Jacques e il suo padrone, Milano, Adelphi, 1993;126 pp., lire 12.500, cm 17×10.5, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di scarsa qualità.

La trama, per sommi capi.

Jacques e il suo padrone, personaggi di Diderot, continuano le loro avventure molto poco vissute e molto più raccontate e ricordate. S’intrecciano, in questa “variazione” kunderiana, temi e ricordi che nell’originale non c’erano o che erano solo accennati; e altri nuovi temi si aggiungono.

Fuori l’autore.

Milan Kundera è forse tra i più grandi romanzieri viventi, semmai questo, per un romanziere, sia ancora da ascriversi a suo merito. Vincitore di premi ed esempio tra i più grandi di scrittore pubblicamente scorbutico, romanziere molto “politico” ma impegnato politicamente a smentire qualunque attribuzione politica gli venga fatta, passa con disinvoltura dal grande romanzo all’acutissimo saggio. Ama ripetersi e riprendere spesso gli stessi temi – per chi non l’avesse ancora capito, lo fa proprio a bella posta.

La recensione in senso stretto.

Una premessa va fatta subito: le “variazioni” possono essere difficili da leggere. Sia che si abbia bene in mente l’opera cui ci si rifà, sia che non la si conosca affatto, rimane una sensazione di inadeguatezza, come se si dovesse comunque sapere chissà cosa prima di leggere. Non è così, credo, e vi prego di avvicinarvi a Jacques e il suo padrone senza pensare che si debba per forza conoscere il romanzo di Diderot cui ci si riferisce.

Kundera sceglie il testo teatrale, ma lo fa per “mettere in scena” un romanzo: il suo è un procedimento che mescola didascalia e romanzo, nel quale insomma viene letteralmente rappresentato un romanzo. I personaggi non fanno che raccontare storie, e parlano di come si dovrebbero raccontare le storie; si giudicano l’un l’altro a seconda della storia raccontata, e si scambiano i ruoli, continuamente, di protagonista e narratore. I problemi diegetici ci sono tutti: come si comincia, come si porta avanti, come si conclude una storia, sono gli argomenti nei quali e tra i quali i personaggi raccontano anche la propria storia, sospendendo continuamente il loro discorso, interrotti da un perenne “zapping” dell’attenzione narrativa che si sposta – come raccomandato dall’autore – da un piano rialzato del palcoscenico all’altro.

Mentre si raccontano storie, si ride e si piange in scena, Kundera non risparmia critiche feroci a niente e nessuno. Il potere politico, l’amore, l’amicizia, il denaro, il mestiere dello scrivere, il caso, il destino, sono tutti allegramente smascherati nel loro essere letterari, costruiti, finzione, esattamente come la messa in scena in cui Jacques e il suo padrone continuano, imperterriti, a parlarsi. Il richiamo beckettiano è fortissimo, ma in questo caso non c’è nessuno da aspettare. Non so giudicare quanto questo sia auspicabile.

Perché dovrei leggerlo.

Per capire cos’è un omaggio, una variazione. Per capire cosa vuol dire essere originali, dopo che tutto è già stato scritto. Per capire che si può amare il romanzo senza necessariamente scriverne uno. Sì, questa piccola pièce teatrale è anche un piccolo manuale didattico, per il romanziere, per lo sceneggiatore e per l’attore. Lo consiglierei caldamente a una compagnia di attori non professionisti.

Agostino Lombardo, Il diavolo nel manoscritto, Milano, Rizzoli, 1974;446 pp., lire ottomila, cm 20.5×15, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

E’ un saggio su…

In questa raccolta il grande anglista Agostino Lombardo (1927 – 2005) mette insieme trentacinque saggi, apparsi in parte in volumi precedenti in parte in riviste, che trattano moltissimi temi e figure della letteratura americana.

Recensione.

Sì, è inutile negarlo: sono tornato a leggere questi saggi dopo la notizia della morte di Salinger; e per le poche pagine dedicate a The Catcher in the Rye. Sette pagine sette che sono tutto quello che un saggista dovrebbe riuscire a dare in quello che scrive: amore per la letteratura.

Per fortuna qui ce n’è anche nelle restanti quattrocento e passa. Pur nella diversità dei saggi, Lombardo non pecca mai né di superficialità né di tecnica retorica, e a distanza di tanti anni – che nella critica meno notevole si sentono sempre tutti – le sue pagine non hanno perso la capacità di arricchire e interessare.

Qui è possibile comprendere la vera e propria “nascita” di una letteratura, il suo farsi consapevole come un tutto e l’assumere un carattere stabile e definitivo che possa essere concepito, più avanti, come tradizione. Lombardo mostra chiaramente – come poche volte il altri saggi sulla letteratura americana – in cosa consista davvero il suo legame con la letteratura europea e i grandi momenti di distacco dal passato letterario del nostro continente che diventano, poi, lo stile linguistico e tematico più originale della letteratura americana.

Ah, il titolo del volume viene da un’opera di Hawthorne.

Fuori l’autore.

A leggere queste bellissime pagine viene da chiedersi come mai siano il prodotto di un Lombardo “minore”, il cui talento più puro è stato messo al servizio di Shakespeare. Evidentemente, a fare certe classificazioni ci si sbaglia di grosso, e la statura di uno studioso si misura meglio dall’insieme del suo lavoro che non dai soli picchi più alti. Che ci si creda o meno, si può essere tra i fondatori degli studi di americanistica in Italia e insieme insuperabile traduttore e critico shakespeariano – e buon maestro, come testimoniano i molti allievi di Lombardo che ancora insegnano a Roma e in Italia.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Un buon saggio sarà sempre preferibile a un capitolo di storia della letteratura: qui ce ne sono addirittura trentacinque. Per sapere e capire un po’ meglio la letteratura americana, soprattutto i suoi caratteri ricorrenti e indelebili, questa raccolta è imperdibile – almeno, lo è stata per me.

Guy de Maupassant, Per Flaubert, Roma, Lucarini, 1988;100 pp., lire 12.000, cm 20,5×14, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta liscia di media qualità.

E’ un saggio su…

Il testo raccoglie tre articoli e una introduzione di Maupassant su Flaubert. Nella sua posizione di amico (figlio del suo più caro amico d’infanzia) e giovane scrittore aiutato dal più grande e famoso a muovere i primi passi nella scrittura, i saggi hanno il raro dono della discrezione riguardo le cose private e della profonda analisi di quelle, invece, riguardanti l’arte del romanzo. Mentre scrive su Flaubert e sul romanzo, Maupassant scrive appunto per Flaubert, cercando di saldare un debito impossibile da restituire.

Recensione.

Maupassant è attento a non fare nessun elogio dell’opera di Flaubert: non ne ha bisogno. Ha la saggezza di trattare dell’arte del romanzo – e della critica al romanzo – in generale, per poi introdurre Flaubert solo come esempio, caso, particolare eccellente. Certo si vede il desiderio di mostrare la grandezza del più grande e famoso amico, ma non c’è mai un elogio sprecato né una raccomandazione immotivata. Soprattutto, Maupassant è interessato a esporre le tesi del naturalismo, della “rivoluzione” operata da Flaubert nella storia del romanzo – storia che, con argomenti più che convincenti, Maupassant dimostra essere davvero poco compresa.

L’immagine che ne abbiamo di Flaubert è quella di un devoto amante della letteratura, che a lei ha sacrificato tutti gli altri aspetti della vita, tranne l’amicizia e l’amore. Di questi sentimenti Maupassant ci mostra sempre che Flaubert ne è capace, non ha perso – pur nella sua grandezza di artista – i lati più umani del suo carattere. Carattere che, però, sa disciplinarsi e rendersi rigido e freddo se il lavoro – il lavoro di scrittore – o la letteratura lo richiedono.

Per nostra fortuna, le parole di questo testimone diretto di un momento eccezionale della storia del romanzo non sono offuscate dal suo entusiasmo, dalla sua giovinezza, dal suo amore per “zio Gustave”.

Le notizie sull’editore Lucarini sono poche e inutili – almeno quelle che ho trovato io. Il catalogo però, per quelli che sono i miei esemplari, era molto buono. Peccato.

Fuori l’autore.

Guy de Maupassant (1850-1893) è stato uno dei più grandi romanzieri dell’Ottocento francese, forse unico esponente autentico del movimento “naturalista”. Trecento racconti (di cui moltissimi, a mio giudizio, sono romanzi brevi) e sei romanzi in undici anni di attività letteraria, prima di morire in una clinica psichiatrica a soli 43 anni, epilettico.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Perché se già è raro che un romanziere sappia essere anche un buon saggista – malgrado tutti, più o meno, abbiano scritto qualcosa “sul” romanzo – è ancora meno facile trovare un romanziere che s’impegna a scrivere di un altro romanziere in questo modo, attento a salvare sempre e solo l’arte che ammira, e non l’uomo; l’eterno che possa servire a tutti, e non il privato, che tiene solo per sé. Una lezione ancora pochissimo ascoltata.

W. Irwin, M. T. Conard, A. J. Skoble (a cura di), I Simpson e la filosofia, Milano, Isbn, 2008;336pp., cm 21,5×14, copertina in cartoncino, rilegatura incollata, carta liscia di media qualità.

A volte è molto difficile distinguere la divulgazione dalla banalizzazione, soprattutto se sul fraudolento scambio dell’una per l’altra si fondano continue “novità” editoriali, sia in forma di libro che di altri media. Diviene così sempre più difficile distinguere quei testi che possono aiutare a entrare in un universo culturale esemplificando i concetti, le storie, anche le difficoltà di un certo campo del sapere, da quelli che semplicemente spacciano luoghi comuni per verità e riducono complessi e affascinanti problemi a formule e metafore semplici, banali e sbagliate.

Da dottore di ricerca in filosofia di questa mondezza ne ho letta tanta – intendo di “divulgazione” filosofica. Purtroppo ne ho letta anche molta di quella che fa fare molti soldi all’autore e all’editore. Pazienza. Quando però mi sono imbattuto in questo testo – regalatomi, ammetto che non l’avrei mai comprato – sono rimasto davvero molto piacevolmente colpito e rallegrato.

Se volete un divertente manuale che vi introduca allo studio della filosofia morale, è questo. E se volete capire davvero perché la serie “I Simpson” è un capolavoro, è sempre questo libro che dovete leggere. Come tutti gli ottimi saggi, questo libro ottiene due scopi – solo apparentemente “lontani” – e molti altri meno evidenti allo stesso tempo, confermando che anche quella saggistica è una forma letteraria artistica.

Gli argomenti filosofici affrontati non sono né banalizzati né trascurati nelle loro sfumature; l’oggetto dell’analisi – “I Simpson” – è preso “sul serio” perché può permetterselo, e la precisione dell’analisi lo conferma. I problemi morali sollevati dalla serie – sia nel senso di “serie in sé” che nel senso degli argomenti toccati nelle puntate – sono sempre profondi e ben trattati, senza trascurare mai le loro ripercussioni sociali e politiche; alla fine della lettura si desidererebbe poter leggere qualcosa del genere su molti altri argomenti considerati leggeri.

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