Brandys, Broch, Genet, Kraus, Stein, Zinov’ev

Questo numero ha un chiaro riferimento “politico”, ma che ci volete fare, non posso essere insensibile all’aria che tira. Posso solo promettere che non lo farò più. Spero. (E poi, perché no? Mah.) Inoltre è pieno di opere che condividono, col romanzo, l’aria di famiglia: anche se formalmente non sono romanzi, è impossibile concepirle fuori dalla storia del romanzo, col quale condividono temi, architetture, linguaggi, stili, espressioni tipiche. Come in certe vecchie foto, non sapete di preciso cosa tiene insieme tutti i soggetti, ma la percepite e non sapete dirla. Lo so, è un luogo comune anche questo. D’altronde, si sa, “i luoghi comuni sono i più affollati”.

Hermann Broch, Sortilegio, Milano, Rusconi, 1982; 408 pp., lire 15.000, cm 21×13, sopracoperta con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.

In un villaggio arriva uno straniero, che con le sue capacità “politiche” promette a ognuno ciò che più desidera, a patto di perdere la propria libertà, dignità e autonomia. Gli si oppone solo una donna.

Fuori l’autore.

Hermann Broch (1886-1951) nasce ricco figlio di un industriale a Vienna, e dopo aver concluso gli studi e aver proseguito per un po’ l’attività di famiglia, vende tutto e si dedica alla letteratura. Esule da nazismo, fugge negli USA ospite di Einstein e viene candidato al Nobel nel ‘50. Il suo stile è sempre, in ogni opera, parabolico. Ammaestra raccontando, divaga per approfondire, costruendo costantemente metafore e allegorie.

La recensione in senso stretto.

Ci sono modi e modi per parlare di quello che accadrà, di quello che succederà, e che viene sentito dagli artisti, dai romanzieri, come se fosse presente, anche se ancora non lo è; come se fosse sicuro, inevitabile, anche se ce ne sono stati solo invisibili segnali. Broch aveva questa sensibilità, rivolta sia alla “realtà” che alla “metafisica”: lo si sconta con la pesantezza della sua prosa, che diviene il prezzo da pagare per un romanzo che è anche, inevitabilmente, un saggio. Questo romanzo è evidentemente il racconto dell’ascesa del nazismo; ma a Broch non interessano i particolari storici, bensì i meccanismi umani, antropologici e morali grazie ai quale un simile potere, una simile orrida forza si stabilisce nelle pratiche umane quotidiane. Quindi la vicenda è trasposta in un villaggio di montagna, microcosmo dove si combatte la battaglia tra il bene e il male, tra natura e cultura, tradizione e innovazione; e la figura di Ratti non la dimenticherete facilmente.

Come sempre in Broch, non mancano le parentesi “mistiche”, le tirate moralistiche, il saggismo. Ma è stile, il suo stile, e tutto rientra nell’economia del romanzo, non c’è niente di superfluo. Non vuol dire che debba piacervi per forza, però.

Pare che ormai sia roba da bancarelle. Buona fortuna.

Perché dovrei leggerlo.

Perché non ci si deve dimenticare mai che la storia degli eventi è sempre da ricostruire, ma la storia dell’anima è nei romanzi. Se volete sapere qualcosa della storia dei paesi che hanno conosciuto una dittatura, questo romanzo ve la dirà.

Karl Kraus, Gli ultimi giorni dell’umanità, Milano, Adelphi, 1990;780 pp., lire 55.000, cm 22×14, sopracoperta con bandelle, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta liscia di media qualità.

La trama, per sommi capi.

Caduta di una società, vista da dentro. Decine e decine di “scene” quotidiane, apparentemente casualmente accostate e susseguentesi, che raccontano apparentemente lo sfacelo del grande stato austroungarico prima della Grande Guerra, mentre sono in realtà il prototipo di qualunque “fine” della società occidentale nel suo costante prepararsi e partecipare alla guerra – non solo a quella con le armi da fuoco.

Fuori l’autore.

Karl Kraus (1874-1936) è stato uno dei più profondi intellettuali dell’occidente, e dei più attenti critici della società borghese. Le sue analisi, le sue battute, mettono da sempre allo scoperto il fondamento della società occidentale, e in quasi un secolo di vita il suo linguaggio non ha perso niente in termini di causticità e profondità. E’ solo cambiata la moda, per il resto la borghesia è ancora esattamente quella che lui faceva a pezzi nei suoi scritti.

La recensione in senso stretto.

In questo caso la forma scelta da Kraus è quella teatrale perché il suo intento non è raccontare, ma rappresentare. La fine del mondo borghese, come lui la intende, è uno spettacolo: come tale non va raccontato, ma rappresentato. Per quanto enorme, quindi “effettivamente” irrappresentabile, quest’opera dev’essere una messa in scena, un’opera teatrale. “Gli ultimi giorni dell’umanità” è quindi un catalogo della società borghese che va morendo, mentre corre con la velocità della giovane industrializzazione verso la totale distruzione armata. Ogni tipo di personaggio, ogni tipo di forma linguistica, ogni tipo di comportamento sociale sono rappresentati e analizzati, discussi, commentati, da personaggi (e meta-personaggi) che tengono insieme, per quanto possibile, la gigantesca costruzione letteraria. In questo suo voler essere paradossalmente “tutto”, come una sorta di rappresentazione-duplicato della società borghese, “Gli ultimi giorni dell’umanità” sorprende – e quindi, quasi, impaurisce – perché avanzando nella lettura si percepisce nettamente la sensazione che Kraus ce l’abbia fatta, sia proprio riuscito a creare un’opera/doppio della realtà. Non c’è ipocrisia, corruzione, bellezza, redenzione, intrigo, ingenuità tipici della società occidentale che non venga messo in scena. Il risultato è impressionante e tremendamente pesante da leggere – ed altrettanto difficile da rifiutare e riporre nello scaffale.

E’ un’opera corale, indubbiamente, e sembra incredibile che l’abbia scritta un solo uomo, e nel ‘22. C’è ancora tutto da imparare, da questo macigno: la lucida critica alla società della comunicazione, la messa alla berlina di una politica schiava dell’economia, la rappresentazione dell’ipocrisia della scienza rispetto alla vita, il pianto di un’inutile arte che tanto nessuno ascolta più, l’uso straordinariamente poetico di ogni luogo comune linguistico.

Adelphi, l’ultima volta, l’ha ristampato nel ‘96, a 19 euro. Dovreste trovarlo ancora.

Perché dovrei leggerlo.

Credo che vada letto perché è uno di quei pochi testi che mettono insieme tutta la forza di molti generi letterari: il romanzo, il teatro, la narrazione storica, il saggio critico, la satira; conservando di tutti loro la freschezza, la potenza, la verità, le domande fondamentali. Fatevi forza e leggetelo, non so dirvi altro.

Kazimierz Brandys, La madre dei re, Milano, Garzanti, 1977;200 pp., lire 1.800, cm 18×11, copertina in cartoncino, rilegatura incollata, carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.

Storia di una famiglia polacca che ha il centro nella figura di una madre, sola, e dei suoi amatissimi figli, in una Polonia povera, piccola, devastata dalla guerra e ancor più da ciò che venne dopo.

Fuori l’autore.

Brandys (1916-2000), polacco esule, è uno dei tanti scrittori dell’est europeo che ha tentato – riuscendoci, credo – a usare più efficacemente di molti colleghi dell’Occidente l’arma dell’ironia per descrivere un mondo misconosciuto per molto tempo: quello dell’oppressione politica e dei comportamenti privati che quell’oppressione condiziona. [vedi “Rondò”, Trotzdem, n.1]

La recensione in senso stretto.

Ci sono tanti esempi di romanzi che hanno parlato del comunismo visto “dal di dentro”, dalla vita familiare e domestica. Questo lo trovo particolarmente interessante perché – oltre alla consumata abilità ironica di Brandys – manifesta anche una precisa volontà di non nominare ciò di cui sta effettivamente parlando, lo stalinismo polacco del dopoguerra – motivo per cui esso diviene silenziosamente sempre più presente, ingombrante, asfissiante. Brandys rappresenta tutto ciò come una continua tentazione, la tentazione di fare la cosa più semplice, più ovvia, quella che fanno tutti. Per ottenere lavoro, soldi, possibilità, occasioni… invece Lucia dice sempre no, si rimbocca le maniche e ricomincia. Così passano vent’anni di derive politiche ed economiche da subire, ma non sono davvero questi i problemi nella vita di una donna e dei suoi figli. Dio, il comunismo, la libertà, la prigione, tutto è rapportato alla prassi quotidiana: il libro dei conti, il quaderno di Lucia dove trova spazio quello che accade “davvero” nella sua vita, cifre e poesie, date e luoghi, e dove il romanzo – e Brandys – trovano uno specchio critico nel quale riflettersi.

Perché dovrei leggerlo.

Non so quanto sia attendibile un uomo che scrive di una donna. Ma Brandys ha la capacità di non fermarsi sulla sua interiorità, che probabilmente sarebbe per lui inintellegibile, ma sulle rappresentazioni esteriori di quella interiorità che sono i figli. E’ un modo nobile e delicato di usare quello strumento tipicamente romanzesco in cui Brandys è maestro: il distacco ironico.

Aleksandr Zinov’ev, Senza illusioni, Milano, Jaca Book, 1980;120 pp., lire 6.200, cm 23×15, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

E’ un saggio su…

L’Unione Sovietica spiegata all’Occidente, “senza illusioni”. Tragicomici saggi su cosa davvero significava vivere in URSS, con la già lucida consapevolezza che non si parla tanto di una situazione storica circoscritta ma di una deriva sociale sempre possibile in tutte le forme di governo, in tutte le aree geografiche, in tutte le epoche.

Recensione.

Se ci si può aspettare una critica feroce su un regime, certo la peggiore non può che venire da un esponente di spicco della intelligencija: se poi era pure un professore di logica di livello mondiale, il tutto sarà condito da un caustico smascheramento dei suoi aspetti più irrazionali. La prosa di Zinov’ev è lineare, semplice, precisa e non sfugge nulla alla sua ricerca implacabile: la farsa dell’opposizione, la burocrazia, la storia ricostruita ad arte, le città modello, i mezzi di comunicazione irreggimentati, la cultura censurata e ridotta a miseria, i ceti arricchiti e volgari. Ma rimane sempre umano, non è mai spietato, perché si percepisce chiaramente il suo intento di ammonire ed avvertire, non di vendicarsi. Quanto la sua voce sia stata ascoltata, lo si vede chiaramente…

Fuori l’autore.

Aleksandr Zinov’ev (1922-2006) giovane pilota d’aereo in guerra, brillante intellettuale e scienziato in URSS, decide negli anni ‘70 di abbandonare tutto per criticare il regime del suo paese, affrontando l’esilio e dandosi alla scrittura. Soprattutto ai suoi scritti si fa riferimento come i primi esempi di sociological novel.“Cime abissali” (Yawning Heights) è il suo romanzo più noto.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Potrebbe essere salutare, di questi tempi, ricordare come si riconosce un regime. Potrebbe, se lo si volesse fare. Sta ancora a noi decidere – per lo meno di esserne consapevoli. Questo libro aiuterà senz’altro i più volenterosi.

Gertrude Stein, Guerre che ho visto, Mondadori, Milano, 1980;270 pp., lire 5.000, cm 18,5×11, copertina in cartoncino, rilegatura incollata, carta semiruvida di media qualità.

E’ un saggio su…

E’ un saggio autobiografico, una parte di storia raccontata come un’autobiografia. In questo particolare genere, poi, Gertrude Stein è una pioniera e una maestra insuperata; vi invito alla scoperta di questo particolare genere letterario che forse ha avuto in lei l’unico insuperabile esponente, con “Autobiografia di Alice Toklas”.

Recensione.

In un continuo flusso di coscienza e di parole, la Stein immerge il lettore nei suoi ricordi di guerra, cadenzati solo dalle emozioni di quei ricordi, che dettano il ritmo della prosa. Non c’è organizzazione né divisione del testo; la memoria della Stein detta i ricordi, e la memoria del lettore deve ritenerli, perché non c’è nessuna separazione strutturale ad aiutarlo. In questo il libro della Stein è anche una “prova” per chi lo legge, mettendo in discussione la responsabilità del lettore di fermarsi, rallentare, sospendere il flusso per poi ricominciare.

Quindi, in questo flusso ininterrotto e non interrompibile, c’è il diario ma anche la cronaca, i fatti e le riflessioni, e soprattutto c’è la Stein ma ci sono anche molti altri, che le hanno chiesto “scrivete di noi”, e lei lo ha fatto. Tutto un mondo, per quanto possibile, visto da una bambina che cresce e che combatte le proprie paure scrivendo – e le combatte ancora quando scrive questo libro, fatto di voci che hanno paura e che dicono la guerra anche senza parlarne. C’è l’America, Londra e la Francia, ci sono i parenti gli amici e gli sconosciuti, ci sono i politici, gli artisti e la gente del mercato, e i tedeschi. Il libro finisce con la fine della guerra, ma non è certo finito quello che c’è da raccontare e che è ancora qui dentro.

Fuori l’autore.

Gertrude Stein, (1874-1946), è stata grande scrittrice e poetessa, ma ancor di più una splendida “intellettuale”; persona in grado di catalizzare forze, movimenti, alimentare interessi, conoscere e far conoscere persone, artisti, idee, incessantemente. Il suo contributo all’arte moderna in generale è sicuramente più importante per questo suo ‘lavoro’ che per la sua produzione letteraria – che, tra l’altro, non è certo roba “minore” o di secondo piano.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Perché la distinzione tra documento, opera di finzione, saggio storico, cronaca, non ha alcun senso quando si cerca di sapere qualcosa del passato. E questo libro fa capire il perché – a chi vuole saperlo, ovviamente, altrimenti non dice proprio niente.

Jean Genet, L’atelier di Alberto Giacometti, Genova, Il melangolo, 1993;64pp., cm 16×10.5, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di buona qualità.

Sono sempre attratto dai libri fatti da artisti che parlano di e con altri artisti. Insegnano, prima e soprattutto, il rispetto per l’arte. Genet, in queste poche pagine, insegna non solo molte cose sull’arte di Giacometti, ma insegna come si parla di uno scultore: si parla del suo spazio. Genet non visita, come un ospite gradito e meravigliato, Giacometti, ma “l’atelier” di Giacometti, il suo spazio, il movimento che le opere generano e hanno nello spazio e in quello spazio – parlando di Giacometti e mostrando cosa dovrebbe sempre essere la scultura.

In più, come sempre in questi libri, Genet dice qualcosa di sé e della sua arte: e parlando di spazio e di movimento, parla anche sempre e comunque di ciò che gli sta più a cuore: del corpo. Di come corpo e scultura possono andare o stare insieme, della nudità e del “rispetto degli oggetti”, del bronzo che “vince” e delle mani che vedono.

E’ anche, ovviamente, una piccola storia di una bellissima amicizia: “la mia solitudine conosce la vostra”, e non c’è niente di triste o tragico in tutto ciò. Il libro riporta, in un corsivo distaccato, quello che i due si dicono “sul” libro, che Genet legge a Giacometti mentre lo scrive. E le poche parole che si scambiano – e ditemi voi se un Genet che usa poche parole non è segno di grande emozione – sono preziose quasi quanto le statue che descrivono.

Cinquanta paginette, qualche immagine, una nota esauriente e non invadente del curatore, tutto qui, per l’ennesima piccola meraviglia delle “nugae” de “il melangolo”. Procuratevi tutti i testi di questa collana, mi raccomando; anzi, fate una cosa migliore: regalateli.

Jean Genet, Sorveglianza speciale – I paraventi, Milano, Einaudi, 1993;224 pp., cm 18×10.5, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

[Premetto: non parlerò di ‘Sorveglianza speciale’ non perché non mi piaccia anche questa pièce di Genet, ma perché non condivido la evidentemente stupida idea di mettere insieme due opere in un unico testo solo perché una è molto piccola e una molto grande. Nella “Collezione di teatro” Einaudi si trovano poche scelleratezze, ma evidentemente ci tenevano a farne di comunque ben evidenti.]

‘I paraventi’, non sono certo il primo a dirlo, sono la paradossale e pirotecnica summa del teatro genettiano. C’è tutto: rovesciamento delle convenzioni, giochi di corpi e maschere, annullamento delle realtà oggettive, dissoluzione del linguaggio nell’insensatezza dei luoghi comuni, tentativo di ritorno alla significazione dei gesti, del corpo, come alla sola verità possibile. Distruzione dei riferimenti “culturali”, messa alla berlina dei razzismi, delle discriminazioni; carne, sangue, sessi, turpiloqui, tutto funziona per la celebrazione finale e assoluta della rappresentazione, del “paravento” in sé, che copre e mostra, che oscura ma rappresenta, che nasconde per far vedere. La rappresentazione del mondo non è il mondo, ma come posso conoscerlo se non lo rappresento? E cosa può essere, allora, la verità?

La si può solo percepire, solo sentire durante la rappresentazione – se mai vi capiterà di vedere rappresentati “I paraventi”, opera per la quale Genet descrive apparati scenici e movimenti di scena cui forse non siamo neanche preparati come esseri umani (altro che James Cameron!).

Ci è possibile però leggere e provare a sentire. Io, ogni tanto, lo faccio ancora.

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