Bachtin, Claudel, Conrad, Eluard, Flaubert, Kracauer, Leopardi

Scusate il lungo intervallo. Niente vacanze prolungate, magari: solo impicci e nuove ansie. Ma non è questo il luogo per parlarne.
Però ne è uscito un numero pieno di pensieri e di sensazioni; per una volta mi sono tradito piuttosto evidentemente. Spero vi piaccia leggerlo quanto lo è stato per me scriverlo.

Joseph Conrad, L’agente segreto, Firenze, Giunti, 1994; 286 pp., prezzo illeggibile, cm 22,5×14,5 (cofanetto), cofanetto in cartone, copertina rigida, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

La trama, per sommi capi.
La vita del tranquillo e indolente doppiogiochista Verloc è sconvolta dall’arrivo di nuovo personaggio a capo della struttura segreta per la quale lavora; i tempi sono cambiati, c’è da organizzare fatti che cambiano le opinioni, e non si può più semplicemente osservare, sapere e conoscere le persone che concepiscono quelle opinioni. Ma è solo uno dei problemi di Verloc, che si muoverà in un mondo di incomunicabilità nella quale il piano privato, quello pubblico e quello segreto si mescoleranno senza che lui riesca a opporsi. Fino all’anarchia.

Fuori l’autore.
Joseph Conrad (1857-1924) è l’autore di Cuore di tenebra, che basterebbe di suo per tutta una vita; invece ci mette pure Nostromo, Lord Jim, questo L’agente segreto e altre cosette. A questo va aggiunto un notevole luogo comune: la sua vita sembra un romanzo. Andatevela a leggere, allora.

La recensione in senso stretto.
Questo romanzo riesce a fare tutto quello che, in genere, si richiede a un romanzo. Racconta una storia con maestria, dipinge un’epoca, parla dell’essenziale degli esseri umani quanto basta per essere sempre leggibile, scherza con i grandi interrogativi dell’uomo quanto è necessario per non invecchiare. La trama “gialla” non toglie nulla alla profondità della scrittura, anzi ne aumenta l’accento ironico, la carica dissacrante nei confronti di quella capacità analitica che dovrebbe essere l’arma principale di un “agente segreto”. Bisogna ricordanrsi, però, che è anche un romanzo di Conrad. La prosa non è semplice. I tempi sono lenti, ma nessun elemento è superfluo. E’ un romanzo molto denso, di argomenti e di personaggi, ed è anche vagamente autobiografico – chi meglio di Conrad può parlare di identità segrete?
Questa edizione contiene un bel saggio, che come sempre va letto dopo aver terminato il romanzo, e una preziosa nota della traduttrice, che aiuta molto a capire sia il liguaggio conradiano sia come dovrebbe sempre essere svolto il lavoro di traduzione.

Perché dovrei leggerlo.
E’ un capolavoro. Indubbiamente, e con la caratteristica tipica dei capolavori: insistenti e ricorrenti difetti, chiari e lampanti, ai quali sopravvive alla grande. In quest’epoca di pubblici sospetti, diffamazioni, rivelazioni, scandali, calunnie, la lettura di questo romanzo non può che essere salutare.

Giacomo Leopardi, Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi, Padova, Muzzio, 1993; 64 pp., prezzo lire 7.000, cm 15×10, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta ruvida di scarsa qualità.

La trama, per sommi capi.
Leopardi inventa un’isitituto – una Accademia di scrittori satirici – che bandisce un concorso per la costruzione di tre “macchine”, tre automi destinati a migliorare la condizione dell’uomo. Le tre macchine, com’è facile vedere, sono un’amico, uno scienziato e una donna; tutti e tre dotati delle migliori virtù immaginate per i loro corrispondenti umani.

Fuori l’autore.
Giacomo Leopardi (1798-1837) è uno dei più grandi intellettuali, fislosofi, scrittori europei. Per una volta si dà un autore tanto prolifico quanto profondo, il cui talento purissimo è direttamente proporzionale agli sciocchi pregiudizi che uno studio e una vulgata distratti e confusi hanno accumulato su di lui. Raramente – e intendo raramente al mondo – s’è vista una così felice unione di un grande poeta e di un immenso scrittore in prosa. Tutto andrebbe letto di lui, soprattutto da chi ha il privilegio di poterlo leggere nella sua lingua originale.

La recensione in senso stretto.
In queste poche pagine stanno riassunte, e distillate, alcune grandi doti leopardiane: la brillantezza della prosa, il suo spirito caustico, la profondità di visione, la sorprendente attualità, la sconfinata e mai pesante erudizione. Il “lieve divertimento” delle sue pagine è sempre riflessivo, e – come del resto tutte le Operette morali – non è certo fatto per non far pensare a lungo il lettore.
La splendida idea di Muzzio è stata quella di corredare queste piccole opere di un commento fatto da un altro grande intellettuale – qui è Elemire Zolla – che ha l’umiltà di mettersi al servizio del lettore e di spiegare senza pedanteria le raffinatezze delle pagine leopardiane. Questi libretti così ideati sono ben più di un’edizione leopardiana; sono un vero rinnovamento del senso delle sue opere, e il lodevole tentativo di esaltarne la sconcertante modernità; quella modernità classica del genio che ha saputo dire, nel suo linguaggio peculiare, qualcosa di eterno sull’uomo.

Perché dovrei leggerlo.
Perché non se di solito è una colpa lasciarsi sfuggire le opere di un genio – ma i geni sono tanti, forse anche troppi, per la sola vita che ha a disposizione un lettore – è certamente un’aggravante quando il genio parla la nostra stessa lingua, e lo si ignora. Se poi c’è un’editore che ha la santa idea di farne un’edizione economica ma ricca e preziosa – risparmiando sul materiale e non sul contenuto – è il caso di non farsela sfuggire.

Paul Eluard, Donner a voir, Milano, SE, 1988; 212 pp., prezzo lire 24.000, cm 22,5×13, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di scarsa qualità.

La trama, per sommi capi.
Un grande poeta da vita a una miscellanea disorganizzata di pagine scritte, in una specie di delirio da scrittura automatica del tutto impossibile da organizzare e riassumere. Ci sono poesie, ritratti di artisti, brani di altri autori commentati, inizi e abbozzi di scrittura, esperimenti. In poche parole, carne viva di poeta a vostra disposizione. La traduzione – ed è qui, secondo me, una delle grandi qualità del libro – è di Quasimodo.

Fuori l’autore.
Paul Eluard (1895-1952) è stato un grande e famoso poeta surrealista, politicamente impegnato, protagonista nella lotta antifascista, ma con un rapporto molto complicato con la militanza in partiti di sinistra. Passando gli anni, contano sempre meno i giudizi su di lui influenzati dalla politica e tornano in piena luce le sue poesia.

La recensione in senso stretto.
Il libro è una meraviglia – se cercate lampi di luce ma nessuna idea chiara. Questa serie di lunghi frammenti in prosa è densissima di idee, giudizi critici, definizioni, traduzioni (gran parte delle poesia hanno il testo originale a fronte). Dal punto di vista storico, se volete capire qualcosa del surrealismo, il manuale è questo, anche per quanto riguarda le arti plastiche e figurative. Per chi ama la letteratura, Donner a voir è il più esplicito incontro tra la parola e l’immagine, e il più serio tentativo di capire se e quanto una può vincere l’altra, o quanto una può sopravvivere senza l’altra.
Certo, Eluard non fa sconti: può essere molto complesso leggerlo. Ma ci si deve rendere conto che questo libro è il tentativo di non coprirsi, di non mascherarsi con l’intenzione di “scrivere un libro”, quindi nulla, qui dentro, in fondo è stato costruito per essere letto. O comunque, per essere letto come qualcosa di immediatamente comprensibile. Il corpo del poeta e quello delle sue parole si danno coninuamente e senza freni espressivi o costruttivi. Se ne può, davvero, “non capire niente”. E’ un rischio che, credo, valga la pena correre.

Perché dovrei leggerlo.
Poeti che traducono poeti non bisogna farseli scappare. Né se ci si interessa a problemi di traduzione, né se ci si interessa di poesia. Inoltre, il surrealismo ha alimentato – e sta ancora alimentando, credo – tutto l’immaginario che ancora si trova elaborato o grezzo in moltissime opere d’arte e prodotti di consumo occidentali. Capire di più il surrealismo può voler dire imparare a guardare il mondo occidentale.

Gustave Flaubert, Dizionario dei luoghi comuni, Milano, Adelphi, 1980; 144 pp., prezzo illeggibile, cm 17,5×10,5, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta liscia di media qualità.

La trama, per sommi capi.
Flaubert elenca una quantità di luoghi comuni del linguaggio, elencati come voci di un vocabolario ed associati alle espressioni più tipiche che le accompagnano. Una “istantanea” del linguaggio più inutile che si possa parlare, ma che ancora oggi – dopo centrotrent’anni dalla raccolta flaubertiana – viene ancora parlato con la convinzione di dire qualcosa.

Fuori l’autore.
Gustave Flaubert (1821-1880) è un romanziere, semmai ce n’è stato uno. Autore di uno dei romanzi più tipici, Madame Bovary, è tra i più commentati scrittori di ogni tempo, e riesce ancora con grande disinvoltura a resistere a tutta questa montagna di parole che si scrivono su di lui. Probabilmente è questa la prova più evidente della grandezza del suo genio letterario.

La recensione in senso stretto.
Il Dizionario fa indubbiamente ridere, almeno alla prima lettura, proprio per la straordinaria capacità di elencare, uno dietro l’altro e senza un “calo” di qualità, una serie impressionante di banalità rinchiuse nel linguaggio quotidiano come in quello letterario. Flaubert non manca di indicare e sottilineare il comportamento da tenere, in occasione dell’ascolto o della prouncia di certi luoghi comuni: “stupirsi”, “compatire”, come segno che in essi è racchiuso un patrimonio di comportamenti sociali e non solo di conoscenza condivisa – anche se inesatta o superficiale. Da grande conoscitore del linguaggio qual è, Flaubert non nasconde al lettore che il luogo comune è inanzi tutto uno “status”, un ceto intellettuale che non si può né facilemente nascondere né semplicemente abbandonare. Questo Dizionario sorprende non tanto per la freschezza con la quale si porta i suoi centotrent’anni e più, ma per la franchezza con la quale ci ricorda quanto sia rassicurante, spesso, l’ignoranza. E questo i romanzieri lo sanno molto bene.

Perché dovrei leggerlo.
Per ricevere una sana lezione di modestia – e di linguistica – da un profondo conoscitore di cose umane come Flaubert. Per ridere di sé stessi e del linguaggio e – si spera sempre, anche se non ci si crede – per migliorare un po’ il proprio rapporto col linguaggio.

Siegfred Krakauer, Il romanzo poliziesco, Roma, Editori Riuniti, 1984; 128 pp., prezzo illeggibile, cm 19,5×12,5, copertina plastificata, rilegatura incollata, carta semiruvida di scarsa qualità.

E’ un saggio su…
L’autore smonta i meccanismi del romanzo giallo, del Detektiv-Roman, e ne fa una minuziosa analisi per collocarlo nel giusto rapporto con la società tecnocratica. Il fatto che un genere romanzesco venga minuziosamente smontato nei sui elementi costitutivi spiega la sorprendente attualità di questo saggio del ’25 (pubblicato postumo nel ’71). E’ chiaro che i suoi riferimenti sono Chesterton,  Conan Doyle, Gaboriau; ma sarà sbalorditivo,  per il lettore, vedere come anche le opere di Fred Vargas non sfuggono all’analisi di questo divertito sociologo.

Recensione.
Certamente, da vero studioso, Kracauer non risparmia nessuna difficoltà teorica al lettore. Questo saggio ha come riferimenti filosofici Husserl e Kierkegaard, tra gli altri, che non sono proprio facili né da leggere né da interpretare. Comunque l’analisi di Kracauer è stringente e secca come la sua prosa, che non concede riposo ed è quindi – vi avverto – molto pesante.
La fatica di leggerlo è però ripagata dalla potente visione che anima questo scritto. Il romanzo giallo, sostiene Kracauer, è sia un prodotto che una manifestazione della penetrazione della ratio scientifica e tecnologica nel quotidiano, e del suo innalzamento a valore supremo anche al di là delle sue applicazioni pratiche. Il romanzo giallo, cioè, nasce come una specie di luogo d’elezione per il pensiero razionale, il quale dispiega in questo genere romanzesco tutti i mezzi che ha a disposizione per dominare la realtà.
La caratterizzazione dei suoi tipi, luoghi e figure potrebbe qui sembrare un facile schema per interpretare un genere letterario; in realtà Kracauer si serve della forte impronta filosofica della sua analisi per dimostrare come quello schema sia il modo con cui la ratio analitico-scientifica cerca di catturare il mondo intero, forzandone le diversità. Il romanzo quindi – come è nelle sue caratteristiche – tenta di vincere con una solida architettura la paradossalità del mondo; ma questo tentativo è sempre ironico, così anche se l’azione del detective è comunque efficace, il finale risolutivo non può evitare di tingersi con i colori del kitsch. I migliori romanzi del genere giallo – questo lo aggiungo io – sono quelli che evitano questa fine ingloriosa.

Fuori l’autore.
Siegfred Krakauer (1889-1966) è stato uno degli straordinari intellettuali presenti in quella tragica Germania che ha visto, tra i tanti, anche Benjamin e Adorno. Noto per i suoi studi sui fenomeni di massa, è stato anche scrittore di romanzi, e critico cinematografico di grande importanza. Rifugiato negli USA dal ’41, è stato in gran parte rivalutato e conosciuto dopo la sua morte.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?
Io lo trovo molto interessante soprattutto per due motivi: dimostra che se anche i generi romanzeschi nascono per le più svariate concause storiche e sociali, hanno comunque un forte contenuto filosofico che conferisce loro l’importanza di un testimone delle epoche; è un esempio del fatto che si può fare filosofia molto importante e significativa anche da esempi apparentemente “banali” e rimossi dalla normale indagine filosofica come un genere letterario di consumo.

Michail Bachtin, Estetica e romanzo, Torino, Einaudi, 1979; 512 pp., prezzo lire 52.000, cm 20,5×12, copertina plastificata, rilegatura cucita, carta liscia di media qualità.

E’ un saggio su…
In questa raccolta Bachtin mette al centro della sua riflessione il romanzo, inteso da lui come forma estetica particolare, storica e assoluta insieme, ed essenzialmente dialogica – caratteristica che possiede esclusivamente tra le forme artistiche. Del romanzo si fa un po’ di storia e un po’ di teoria; soprattutto molto molto intensa è la passione per questa forma d’arte così consustanziale col mondo moderno e contemporaneo.

Recensione.
I saggi qui racolti hanno un grande valore storico, oltre che teorico, negli studi sul romanzo. Hanno introdotto nella critica letteraria termini e concetti adottati poi universalmente (“cronotopo” su tutti, e anche la “parola dialogica”) e sono diventati una tappa imprescindibile per chiunque voglia accorstarsi agli studi di critica letteraria – anche se è molto difficile definire Bachtin un critico letterario, perché non segue nessuna metodologia, se la costruisce da sé. Oltre a ciò, conservano ancora una grande forza comunicativa, malgrado la loro “età”, perché Bachtin si vuole assumere chiaramente un compito grandioso: specificare perché il romanzo sia un genere letterario “diverso” da tutti gli altri, e che tutti gli altri generi sa assumere dentro di sé pur rimanendo se stesso; ma, contemporaneamente, farne derivare le caratteristiche da una precisa e puntuale storia del genere romanzesco, in modo che il romanzo non sia presentato come una categoria “assoluta”, una specie di meta-genere di cui abbiamo tanti esemplari che però non hanno niente a che vedere né l’uno con l’altro né col resto della letteratura. Il compito è quindi enorme, ma a Bachtin non mancano né il coraggio né le capacità; in questo la traduzione, pur ormai datata, ci regala il tono fresco della sua prosa che rimane sempre piacevole da seguire, a volte un po’ didascalica, ma per fortuna mai pesante o oscura.

Fuori l’autore.
Michail Bachtin (1895-1975) è davvero un personaggio intellettuale dalla vita molto particolare. Poco fortunato nella salute, minata da una osteomielite cronica da prima dei trant’anni, vive vicende politiche tragiche – dovute al sostanziale anti materialismo-marxista del suo pensiero – che lo allontanano dalla vivace Pietroburgo per confinarlo in Siberia. Solo nel ‘29 esce il suo primo libro in Russia, e bisognerà attendere il ‘63 (tra pubblicazioni minori e altre fatte usando nomi diversi) per vedere un altro suo lavoro pubblicato in Russia, mentre all’estero i suoi testi sono già diffusi da tempo.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?
La cosa che personalmente ho sempre apprezzato nelle parole e nei testi di Bachtin è che leggendolo si comprende subito la differenza tra un teorico del romanzo, quale lui è, e un critico letterario. In queste pagine non c’è un’ombra di critica letteraria: il solo scopo dell’autore è fare luce con tutti i mezzi di cui dispone sulle misteriose e immortali bellezza, libertà e forza rivoluzionaria che ci sono sempre nei romanzi; al solo scopo di conservarne la peculiarità e, se possibile, trasmetterla a quella vita di cui parlano ma che – come si conviene a tutte le opere d’arte – non possono toccare.

Paul Claudel, La filosofia del libro, Roma-Pisa, Giardini-GEI, 1992; 56 pp., senza prezzo, cm 20×9,5, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta semiruvida di buona qualità.

Un profondo conoscitore del mondo orientale passa a Firenze per delle conferenze e riflette sul libro come oggetto, alla luce dell’importanza attribuita nella cultura giapponese alla “forma” della scrittura, al carattere, ai problemi calligrafici e tipografici, allo spazio bianco della pagina. Il confronto tra oriente e occidente viene giocato sul libro come oggetto, strumento tecnico ed evoluzione dei sensi del corpo, testimone e messaggero, “mattone” custode di un contenuto molto più interessante del significato delle parole che vi sono impresse.
Claudel tratta gli elementi tipografici del libro come organi di un corpo, ne spiega il loro rapporto, ne configura la necessità affinché la parola stampata si muova, respiri, viva nel libro – e nel mondo. Non si tratta qui di un mero gioco da bibliofili: la materialità dei libri è fondamentale per capire quanto riescono a “funzionare” come strumento di trasmissione del loro contenuto. Basti pensare a quanto siamo affezionati non solo alle parole del nostro romanziere preferito, ma alla copia che abbiamo nello scaffale, ai ricordi che porta con sé nelle pieghe e nelle macchie delle pagine, che non rimpiazzeremmo mai con un’altra edizione solo perché “nuova”.
Mi sono trovato questo libretto nello scaffale: immagino sia stato uno dei tanti “furti” più o meno autorizzati che ho perpetrato nel magazzino del mio datore di lavoro. Non so dirvi se il testo esiste in altre edizioni o raccolte, e non mi interessa: io ho questa copia e ci sono affezionato. Stavo per dimenticare: Paul Claudel non è un filosofo, ma un poeta. E nella sua prosa si vede molto bene, fortunatamente.

John Dewey, Rifare la filosofia, Roma, Donzelli, 2002; 188 pp., prezzo 10 euro, cm 20,5×12, copertina plastificata, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

A leggere le pagine schiette e sincere che questo grande pensatore americano dedica, con passione ed amore, alla completa distruzione di un paradigma civile e sociale qual è quello della scienza, viene quasi da credere che non sia neanche filosofia quella di cui sta parlando. Sì, perché con otto semplici conferenze, dal linguaggio chiaro ma non banale e dagli argomenti netti e mai fumosi o contorti Dewey smonta il concetto di filosofia – ancora oggi! – imperante e mostra ciò che essa dovrebbe essere.
Ricorstruire la filosofia è innanzi tutto restituirla alle sue competenze, quelle civili, sociali, democratiche prima di tutte. Come queste ultime siano state sistematicamente tradite negli ultimi anni, Dewey lo dice con chiarezza. La filosofia ha mancato proprio in quella concretezza che, pure, le veniva richiesta fin dalle sue origini, da quei Greci che l’hanno fatta nascere sul terreno politico, sociale, vivente della loro quotidianità e che noi europei venuti dopo abbiamo innalzato metafisicamente a regnare in uno spazio vuoto e inutile. Così come qualcuno coraggiosamente ha manifestato il bisogno di tornare ai fenomeni, Dewey ben più radicalmente colpisce al cuore della tradizione filosofica europea: è il metodo che non va. Bisogna reimparare dalle scienze a confrontarsi con la realtà, con i fatti, con i risultati “sul campo”, e imparare una cosa che nella filosofia non è forse mai successa: scartare le idee che sono risultate sbagliate – inefficaci, inutili, ambigue, non realizzabili, troppo costose in termini sociali e storici.
Se non avete mai letto un libro di filosofia, vi prego di cominciare con questo. Ovviamente, vi consiglio caldamente di evitare di leggere il saggio – utilissimo, ma va letto dopo – di Massarenti che apre il volume.
Se avete voglia di sapere cos’è la filosofia, allora leggete in queste pagine di un appassionato americano ciò che essa dovrebbe essere; capirete, prima di rendervela illeggibile, come si può renderla vivibile.

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