Allen, Flaiano, Genet, Kraus, Landolfi, Paci, Patocka, Schnitzler

Forse stavolta c’è un po’ troppa filosofia. Ma capita, se a parlare di romanzi è un filosofo che s’è interessato al non trascurabile fatto che, sul più bello, i filosofi citano romanzi. Mah.

Tommaso Landolfi, Cancroregina, Milano, Adelphi, 1993; 120 pp., prezzo illeggibile, cm 17,5×10,5 copertina in brossura con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di buona qualità.

* La trama, per sommi capi. *

In forma di diario, un astronauta improvvisato narra le sue avventure in qualità di “ospite” di una nave spaziale fin troppo avveniristica. Il viaggio finirà in una folle e solitaria avventura. I fanatici di HAL 9000 sono avvertiti: vi farete molte domande sulla natura dei plagi.

* Fuori l’autore. *

Tommaso Landolfi (1908-1979) è stato un grandissimo narratore e un meraviglioso interprete della nostra lingua. Amato e profondamente studiato da Calvino – cosa che già vale un commento – ci ha lasciato una serie di testi nei quali si combinano sperimentazione linguistica e solidità narrativa come molto raramente in italiano è stato possibile leggere. Ha tradotto moltissimo dal russo e qualcosa dal tedesco; vale la pena anche confrontarsi con le sue traduzioni.

* La recensione in senso stretto. *

È la cosa più banale della critica letteraria dare del profeta a un autore. Allora leggiamo “Cancroregina” pensando a come si potrebbe meglio interpretare il disagio dell’homo tecnologicus sospeso, grazie alle protesi metalliche e plastificate tra sé e la natura, in una vita artificiale che è già una morte anticipata, e decidiamo di essere banali. Sì, perché se in questo brevissimo romanzo scritto nel ‘49 c’è già tutto questo, allora scopriamo un’altra bella banalità: che questo Landolfi lo si è letto davvero in pochi. Buoni, magari, ma pochi. Non gli è servito avere un PR postumo del calibro di Calvino: e neanche una casa editrice chic come Adelphi che nel ‘92 decide di ripubblicare tutte le sue opere. Pazienza: ce lo siamo letto in pochi, c’è poco da fare. Peccato, perché – banalmente – sarebbe servito a molti leggerlo, soprattutto a molti che sono diventati scrittori in italiano in anni nei quali sembrava esserci un deserto nel mondo romanzesco del nostro paese; con qualche oasi, certo, ma pur sempre un deserto. Invece, ed ecco un’altra banalità, quel deserto è stata una delle tante creazioni di un mercato editoriale distratto e poco coraggioso. Adesso però il risultato ottenuto è un pubblico altrettanto distratto e poco coraggioso, che troverà questo “Cancroregina” perlomeno banale – sempre che arrivi a leggerlo. E non saprà che farsene di questo straordinario tentativo ironico di parlare della morte, della vita eterna, della tecnologia applicata al linguaggio, della paura dell’ignoto e del non dicibile, della letteratura, della critica, del tutto, del nulla. La quarta di copertina, testo banale per definizione e per necessità, recita: “quasi tutto finisce male, in Landolfi”. Già. Potete trovarlo facilmente, ma non nelle librerie.

* Perché dovrei leggerlo. *

Perché troverete raramente Landolfi citato nelle storie della letteratura, eppure basta leggerlo per capirne la statura e l’importanza che ha avuto – e che potrebbe ancora avere. Perché scrive in un italiano che non esiste più e che forse non è mai esistito, e che si potrebbe recuperare, leggendolo. Perché ogni tanto occorre ricordarsi che leggiamo molto spesso in traduzione, e un grande autore/traduttore in italiano ci fa capire molte cose sulle nostre abitudini di lettura.

Ennio Flaiano, Una e una notte, Milano, Bompiani, 1978; 190 pp., prezzo lire 1.800, cm 18×11, copertina in cartoncino, rilegatura incollata, carta liscia di media qualità.

* La trama, per sommi capi. *

Il libro è fatto di due racconti, “Una e una notte” e “Adriano”. Nel primo un giovane giornalista vive la straordinaria avventura del rapimento da parte di extraterrestri, ma non gliene rimane nulla; nel secondo, un uomo cerca il senso della propria vita con un turismo minimale, stanco di vivere pur non potendo fare altro. Come per le “Palme selvagge” di Faulkner, solo un imbecille potrebbe non capire perché un romanzo può essere diviso in due racconti apparentemente del tutto slegati tra loro. Ne troverete parecchi, di questi imbecilli.

* Fuori l’autore. *

Ennio Flaiano (1910-1972) è stato uno scrittore multiforme, geniale, molto poco italiano – nel senso che comunemente si usa per questo aggettivo. Si misura con il romanzo, il teatro, la televisione, il cinema, producendo cose memorabili ma senza mai dedicarsi completamente a nessuno di essi. Inutile sottolineare che non lo si leggerà mai abbastanza.

* La recensione in senso stretto. * Il linguaggio di Flaiano è asciutto, essenziale ma non scarno. Non invita a leggere quello che non c’è, piuttosto incanta assecondando una naturale pigrizia, per poi assestarvi un colpetto quando sembra che stiate per addormentarvi. I testi di Flaiano vanno sempre letti più volte – soprattutto quando sono così lunghi, come in questo caso – perché ci si perde sicuramente qualcosa di importante e di tremendamente vero. È subito evidente che l’interesse di Flaiano è per quello che i personaggi hanno “dentro” – i loro pensieri, il senso dei loro gesti, i loro sentimenti – ma lui non azzarda mai una vera introspezione; il suo è in apparenza un lungo catalogo di oggetti e azioni, e tutto il lavoro di interpretazione e giudizio è lasciato a chi legge. C’è solo qualche breve concessione a un’ “impersonale” assimilabile alla natura, al tempo, alla vita in genere. In questo la sua prosa è simile ai poemi di Omero: non importa né quando la vicenda comincia, né quando finisce, e i personaggi sembrano del tutto inattaccabili dagli avvenimenti, che pure sarebbero sconvolgenti. Se volessimo trovare un oggetto, una domanda alla quale questo romanzo tenta di rispondere, essa potrebbe essere: come riconosciamo il nostro destino, che pure incontriamo? Ma questa non è forse la domanda di ogni romanzo? Anzi, la domanda che ha fatto nascere il romanzo dal giorno in cui, al contrario degli eroi omerici, noi non abbiamo potuto più parlare agli dèi? Il libro si trova facilmente, nell’edizione Adelphi, ma è comunque del 2006.

* Perché dovrei leggerlo. *

Perché Flaiano ha capito cosa vuol dire essere uno scrittore italiano, ed ha fatto di tutto per non esserlo nel migliore dei modi. La sua scrittura è giornalistica nel senso più letterario che questa parola può avere, o forse lui è stato il romanziere più giornalista che abbiamo mai avuto. Profondamente autobiografico, nella maniera meno autoreferente possibile. Doni molto molto rari, credo.

Arthur Schnitzler, Signorina Else, Milano, SE, 1987; 90 pp., prezzo lire 13.000, cm 19,5×10,5, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta liscia di media qualità.

* La trama, per sommi capi. *

Else, in vacanza in un grande albergo, è raggiunta da un telegramma che le annuncia la rovina economica della sua famiglia, e che tocca a lei chiedere immediatamente del denaro a un amico di famiglia, lì presente. Questi, però, chiede ad Else, in cambio del denaro, di poterla vedere nuda. Else soccomberà; ma a cosa?

* Fuori l’autore. *

Arthur Schnitzler (1862-1931) è stato, dicono le storie della letteratura, l’inventore del “monologo interiore”. Non mi pare poco. Ebbe un grande successo di pubblico, e smise presto la carriera di medico per dedicarsi alla scrittura; molto interessante il rapporto con il coevo Freud, e con il lavoro di quest’ultimo. Pare proprio che le influenze tra i due siano reciproche.

* La recensione in senso stretto. *

La lettura di “Signorina Else” è pesantissima, non si può nascondere. I periodi sono continuamente frammentati, sospesi, interrotti, Else non ha solo un microfono interiore: ella è una superficie riflettente, dove vediamo tutto accadere simultaneamente, e noi non possiamo che leggere tutto che solo apparentemente segue un ordine, in realtà solo una mera questione tipografica. Else vale solo come immagine, riflette come uno specchio e conserva come una pellicola; non esiste, ma appare, non parla, ma ammicca, non si muove, ma scivola sospesa. Quello che qui accade in ottanta pagine potrebbe durare cinque minuti o cinquant’anni, perché noi leggiamo solo quello che Else registra con i suoi sensi, che non sono posti a profondità diverse o in collegamento tra loro, ma tutti esposti contemporaneamente a un “di fuori” che ella rifiuta categoricamente da sempre. La vicenda del ricatto sessuale è solo una scusa: Else è già da sempre inesistente: parla con le parole altrui, vive degli accadimenti altrui, è piena solo di ciò che accade agli altri, dai quali non riceve altro che la constatazione – galante, inquieta, invidiosa, materna – che è bella. Come se bastasse per esistere. Schnitzler raggiunge in questo piccolo romanzo un vertice di contemporanei cinismo e rispetto che forse era possibile solo quando le psicoscienze non erano arrivate a riempire il linguaggio dei loro concetti. Il testo è facilissimo da trovare, ma non in questa edizione della SE che ha un breve e interessante – ma ovviamente non indispensabile – saggio finale di Enrico Groppali, che non so se sia stato riedito altrove.

* Perché dovrei leggerlo. *

Può sembrare un esercizio inutile, ma vale sempre la pena controllare, per ogni romanzo, in che anno è stato scritto. Quando ci si accorge che ‘Signorina Else’ è del ‘24, allora se ne comprende meglio l’importanza. Almeno per chi ha chiaro cosa è successo al romanzo dopo gli anni Venti. Oltre al suo valore storico, Else è ancora un personaggio che ha molto da insegnare, per una civiltà che si è spinta senza molto senso verso la glorificazione dell’immagine.

Jean Genet, Il giovane criminale, Viterbo, Millelire, 1998; 32 pp., prezzo lire 1.000, cm 14,5×10, senza copertina, rilegatura in punti metallici, carta ruvida di buona qualità.

* La trama, per sommi capi. *

È il testo di un discorso che Genet è stato invitato a tenere alla radio pubblica francese, in una serie di trasmissioni intitolate “Carte Blanche”. Il testo però è stato poi respinto, segno che poi tanto blanche non dovevano essere, quelle carte.

* Fuori l’autore. *

Jean Genet (1910-1987) è stato tutto e non voleva essere niente. A mia modesta opinione, è un pezzo molto importante della coscienza europea. Non mancate nulla di quanto ha scritto, per quanto indigesto. Le medicine, si sa, sono amare ma fanno bene.

* La recensione in senso stretto. *

In questo breve discorso Genet condensa tutto il suo amore per i “giovani criminali”, per quelle vite che si caricano del compito di opporsi realmente alla società borghese e ai suoi ipocriti valori, che più sono inculcati e strenuamente difesi con istituzioni, leggi, prigioni per i minorenni e più rappresenteranno una meravigliosa guerra da combattere. Sono loro ad avere “una maturità che le persone per bene non avranno neanche a sessanta”, e che esigono che la punizione loro inflitta sia crudele, esemplare, rigorosa, spietata; perché niente sarebbe infamante, per il giovane criminale, che un’assoluzione o una pena leggera. Ciò che veramente questi ragazzi hanno di inviolabile è il loro linguaggio segreto, lo spazio di una comprensione e di un amore inviolabili da qualunque guardiano, sorvegliante o giudice; questi non potranno mai realmente rieducare nessuno, perché non sanno parlare quella lingua. Quella lingua che Genet non tradirà, ovviamente, ma che promette di imparare a cantare. C’è bisogno ancora di testi come questo che, privi di indulgenza, ipocrisia e paternalismo, sanno confrontarsi con l’esperienza in cose che i media ci propinano filtrate, edulcorate, banalizzate. In queste poche pagine è in funzione la vera parola romanzesca, quella che libera, quella che sa di verità, quella che allude alle cose con una forza che non avrebbe nessuna loro ostentazione, quella che ride smascherando ciò che seriamente viene nascosto. I “Millelire” sono stati una boccata d’aria per un paese editorialmente asfittico come l’Italia. La loro storia è in rete, leggetela con attenzione. Come anche è in rete, gratuito, il file di questo libretto e di molti altri di quella collana.

* Perché dovrei leggerlo. *

Si continua a sprecare tante di quelle parole, e tanta di quella carta, ogni volta che dei minorenni manifestano, rubano, uccidono. Tutte chiacchiere ridicolmente inferiori a queste parole di Genet, che seppure “di parte”, sono dette da chi davvero sa cosa vuol dire “giovane” e “criminale”.

Woody Allen, La lampadina galleggiante, Milano, Baldini & Castoldi, 1993; 100 pp., prezzo lire 16.000, cm 21×12, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta ruvida di bassa qualità.

* La trama, per sommi capi. *

Sogni e realtà di una famiglia dei bassifondi di New York, nel ‘45. Ciascuno insegue aspetta la sua occasione per andarsene, ma niente è come sembra né va come dovrebbe andare. Come in uno spettacolo di magia, la realtà non è quella che si vede: una donna è un cavallo e un bastone è un mazzo di fiori.

* Fuori l’autore. *

Woody Allen (1935-) non ha certo bisogno di due righe di presentazione. Qui, come autore teatrale, per lo meno è in una veste poco nota.

* La recensione in senso stretto. *

I drammi familiari, dai tempi dell’antica Grecia, sono una materia privilegiata per il teatro. Pensare a questa rappresentazione come ultima di una serie iniziata forse tremila anni fa è abbastanza comico – e forse questo pensava Allen – ma anche piuttosto tragico – e anche questo dev’essergli passato per la mente. Ci rimangono due atti ben escogitati, ben detti, essenziali e sorprendenti come sa essere il buon teatro. Ma che altro? Tutto, in questo testo, è ampiamente prevedibile e scontato. Non c’è nessuna vera attesa, nessuna scena che non sia già stata vista altrove e nessun dialogo che non sia già stato sentito. Anche i personaggi sono molto stereotipati. Quale piacere si trae, allora, da questa lettura? Probabilmente il piacere, come la magia di Paul, è lo stesso da sempre, ed è sempre piacevole anche se la conosciamo già. È il semplice e puro piacere del teatro, della rappresentazione, della lampadina galleggiante, accesa e sospesa tra noi e il prestigiatore. È un trucco vecchio, visto e stravisto, ma affascina lo stesso. Probabilmente è ciò che accade sempre, a teatro come nei libri. La moglie tradita, il giovane frustrato, il sogno della fuga, i soldi facili, il sesso promesso, il rimpianto, le scuse ipocrite, la scossa dell’amore che arriva, l’infinito amore di una speranza. Quante volte li abbiamo sentiti, letti, visti? Quante volte abbiamo detto basta? Poi si spengono le luci, scricchiolano le tavole e rieccoci lì. Sempre loro, sempre davanti a noi. In giro c’è ancora il Bompiani a sei euro. Ma è così brutto…

* Perché dovrei leggerlo. *

Per capire di più Woody Allen, se vi va. Per capire perché può piacere il teatro. Per capire cos’è successo sui palcoscenici da quando sono passati Beckett, Ionesco, Genet. Per avere voglia di fare teatro, forse. Per giocare a fare gli scenografi collocando questi due atti chissà dove, tanto sono vecchi e nuovi insieme.

Karl Kraus, La terza notte di Valpurga, Roma, Editori riuniti, 1996; 270 pp., prezzo lire 22.000, cm 21,5×15, copertina plastificata, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

* È un saggio su… *

“Su Hitler non mi viene in mente nulla”. E giustamente. Questo è un saggio sul pericolo maggiore che può comportare l’adesione a un regime politico fascista, reazionario, repressivo: la morte della lingua. Qui sta scritto anche il modo di salvarla, contro qualsiasi tipo di media e qualsiasi organizzazione volta a ridurre il pensiero in slogan.

* Recensione. *

Questo lunghissimo saggio, che lascia letteralmente senza fiato – non tanto per la sua bellezza stilistica quanto per l’orrore che ne trasuda – è stato scritto nel ‘33 ma non pubblicato. Pur nella straordinaria lucidità con quale non lascia scampo alla feccia umana che denuncia, questo testo non ha mai visto la luce nella contemporaneità nella quale è stato scritto, ma solo molti anni dopo. Ciononostante, non solo non ha perso nulla del suo valore ammonitore e della sua forza polemica, ma non ha perso nulla neanche della sostanziale indifferenza con il quale si accompagna. Eppure questo è un testo universale. Parla della straordinaria missione, che ciascuno dovrebbe accollarsi, di salvaguardare la propria lingua da un uso violento e dissacratorio che certo non è quello della satira – lo strumento preferito di Kraus, che pure qui non c’è quasi bisogno di adoperare – quanto quello delle istituzioni del potere politico, e degli sgherri che se ne fanno forti nel reprimere qualunque altra lingua voglia farsi sentire pubblicamente. Eppure questo è un testo senza tempo. Ciò che accadeva nell’Austria d’inizio anni ‘30 accade ancora. Cambiano i nomi, ma non la violenza; cambia la lingua, ma non gli slogan; cambiano i tempi, ma non l’assurda miscela di “tecnica e bestialità” che cerca di guadagnare il potere assoluto. Solo che adesso Kraus non c’è, ed è rimasto questo suo libro – per chi lo conosce, s’intende. Non ci sono capitoli, parti o divisioni; ogni tanto una riga bianca fa tirare il fiato, ma senza dare alcuna speranza di poter leggere meno barbarie. Si può smettere in qualunque momento, non c’è una trama; si può iniziare da qualunque punto, non c’è rischio di perdersi niente. L’orrore è lo stesso da, cima a fondo. Editori Riuniti sta rinascendo. Auguri. Nel frattempo questo libro è introvabile, e ho il vago sentore che lo rimarrà per molto.

* Fuori l’autore. *

Karl Kraus (1874 – 1936) è stato giornalista nel senso più alto che possa avere questa parola. Si deve ritornare a lui, di questi tempi, non tanto per un doveroso ricordo quanto per la necessità di una ispirazione. Ammesso che se ne vogliano avere, ovviamente.

* Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento? *

“La prima campagna di protesta civile è contro […], uno spregiudicato avventuriero, che aveva egemonizzato i mezzi di informazione, costruendosi un impero col dominio della stampa […]. Era un parvenu che non disdegnava di ricorrere ai ricatti, alle intimidazioni, al terrorismo psicologico, scatenato dalla catena dei suoi giornali, per reprimere ogni critica, nonché ogni tentativo di far luce sul suo oscuro passato di delinquente […]. E Karl Kraus l’ebbe vinta, […] dimostrando quanto sia importante l’uomo deciso, risoluto, indomabile di fronte ai padroni dei mass-media. È un capitolo, la cui attualità nella società contemporanea risulta immediatamente evidente” (Marino Freschi, dalla prefazione del ‘96). Anche a voi risulta evidente?

Jan Patocka, Il mondo naturale e la fenomenologia, Milano, Mimesis, 2003; 160 pp., prezzo euro 9, cm 17×11, copertina plastificata, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

* È un saggio su… *

Sono qui raccolti quattro piccoli saggi di Patocka sul mondo naturale. Potremmo dire che un fenomenologo schietto e sincero parla di come vede la natura. Ma sarebbe poco. L’edizione è impreziosita da un saggio della Pantano – da leggere alla fine, mi raccomando – e soprattutto da un testo di Guido Davide Neri, filosofo italiano tra i più grandi.

* Recensione. *

“Imparare a vivere nella problematicità”. Se c’è un insegnamento prezioso, è questo. Patocka usa parole appassionate e rigorose per descrivere, contemporaneamente, un atteggiamento filosofico che è anche etico ed estetico – com’è inevitabile, anche se a molti ipocriti ancora conviene dire di no. Il linguaggio non è facile, ma non è niente di insuperabile per un lettore volenteroso. Non c’è bisogno di saperne di filosofia – come sempre, quando si legge un vero testo di filosofia – c’è solo da prepararsi ad accogliere queste parole senza pregiudizi e con la massima attenzione, e questo è molto più complesso. Qui Patocka si butta a capofitto nel complesso intreccio di natura e umanità, mondo naturale e mondo umano, cercando prima di tutto di far cadere proprio questo inutile dualismo. Se alla fine del libro vi sarà rimasto qualche dubbio sul modo in cui state al mondo, e su come vedete svolgersi la vostra vita rispetto agli altri, lo scopo sarà stato raggiunto. Lode alla Mimesis che si permette in catalogo un filosofo contemporaneo a nove euro. Non è da tutti.

* Fuori l’autore. *

Jan Patocka (1907-1977) è stato un grande filosofo. Molto più importante e influente che famoso – capita spesso. Ha avuto una vita difficile per i suoi scontri con il regime cecoslovacco, finché gli interrogatori della polizia non lo hanno ucciso.

* Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento? *

“Fenomenologia” è ancora una parola che incute uno stupido timore, mentre se ne usano di solito di ben più pericolose e letali. Questo testo aiuta a capire cos’è e che non fa affatto male, anzi.

Enzo Paci, Il senso delle parole 1963-1974, Milano, Bompiani, 1987; 316 pp., prezzo lire 23.000, cm 20,5×12, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di buona qualità.

* È un saggio su… *

Il testo raccoglie quello che Enzo Paci scrisse in una rubrica, appunto “Il senso delle parole”, apparsa sulla sua rivista “aut-aut”. Qui raccolti, quei testi compongono un piccolo e prezioso vocabolario fenomenologico.

* Recensione. *

Il valore del testo sta ancor oggi nella freschezza polemica, e nella precisione didascalica, con la quale Paci fornisce una definizione delle espressioni che esamina. Definizione che è anche storia ed “estetica” di quella espressione, con richiami precisi e confronti tra usi diversi. Anche se lo spunto è dato da un libro preciso, o da un particolare passo, la lettura non è mai circostanziata e non si ferma mai al “luogo” di partenza; Paci, scrivendo, getta sprazzi di luce in tutte le direzioni, risultando sempre stimolante e interessante senza prendersi pagine e pagine da protagonista. Non si può che rimpiangere queste qualità, a vedere certi volumoni insulsi editi recentemente da fior di cattedratici italiani. Per chi si vuole avvicinare alla fenomenologia e all’esistenzialismo, e non per una loro ricognizione storica, io lo considero un testo indispensabile proprio perché non banale; non è né un manuale né un lessico vero e proprio, ma una felicissima via di mezzo. Si è mantenuta in questi testi, sottolinea giustamente il curatore Pier Aldo Rovatti, l’aria “delle affollatissime lezioni alla Statale di Milano”, e per fortuna: quello del confronto pubblico dovrebbe essere sempre il luogo della filosofia – almeno credo.

* Fuori l’autore. *

Enzo Paci (1911-1976) è stato un grande filosofo italiano, esistenzialista – per quello che possono valere le categorie filosofiche. Divulgatore – ma non analizzatore – del pensiero di Husserl. Per me, è stato il coraggioso esploratore di sentieri del pensiero che in Italia nessuno aveva ancora battuto.

* Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento? *

Perché in alcuni testi brevi i filosofi si lasciano andare con più audacia nelle loro formulazioni, ed è forse lì che possiamo cogliere quelle anticipazioni, quelle sfumature, quelle prese di posizione che, poi, rimarranno la loro vera eredità. Perché di filosofi italiani davvero tali ce ne sono (stati) pochi, e sarebbe il caso di non farseli scappare.

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