Beer-Hofmann, Bufala Cosmica, Fusini, Keats, Marchesi, Rushdie, von Chamisso

Per chi ancora non lo sapesse, il romanzo è il genere letterario che può assumere le finzioni di tutti gli altri. Che il romanzo contenga poesie o parti saggistiche, è ormai ovvio; gli stili possono essere innumerevoli, anche nella stessa opera, e le tecniche retoriche infinite.
Credo che un ruolo speciale spetti al «pun». Il gioco di parole – traduzione molto povera della parola inglese – è il meccanismo eversivo, nella frase, che il romanzo riproduce in scala maggiore come un tutto; l’ennesima declinazione dell’ironia. Il «pun» mostra la corda tesa del linguaggio lì dove sta per spezzarsi, al limite del non-significare; lo fa mostrando, nelle sue multiformi possibilità di manipolazione dei significati, una cosa diversa da quello che dice – esattamente la stessa cifra estetica del romanzo. Un esempio su tutti: “Immanuel doesn’t pun, he Kant” (Oscar Wilde). In Italia questa possibilità espressiva si è realizzata per lo più in quel particolare genere che ha trovato un nome brutto come pochi: «poesia demenziale». Ma ormai, come tutti i nomi propri, una volta nati tocca tenerceli. Oltre alle solite recensioni, quindi, un inserto sul “pun”.

Adelbert von Chamisso, Viaggio intorno al mondo, Napoli, Guida, 1985; 186 pp., prezzo lire 17.000, cm 21,3×13, copertina in cartone con bandelle, rilegatura incollata, carta semiruvida di scarsa qualità.

La trama, per sommi capi.
Il testo è un resoconto di viaggio in nave, un diario di bordo di un viaggiatore di inizio Ottocento. Due anni e mezzo per mare – Copenhagen, Stati Uniti, Sud America, isole del Pacifico, Oceano Indiano – da parte di un deraciné europeo, in parte russo, francese e tedesco, alla ricerca sia di una identità personale che di un mondo capace di ospitarla. Ma, da bravo romantico tedesco, von Chamisso non è tanto incline a credere alle illusioni. Ciò che vede davanti a sé è già una fine.

Fuori l’autore.
Adalbert von Chamisso (1781-1838) è forse il più tipico – biograficamente parlando – esponente del romanticismo tedesco. Se non fosse per il fatto di vivere oltre la giovinezza, sarebbe davvero un prototipo del letterato di quegli anni: impegnato nelle scienze, nella vita militare come nella letteratura, cui si dedica in momenti diversi della sua vita, ottiene fama postuma e non per le attività che lo tennero impegnato per la maggior parte della sua vita. Come poeta è ricordato praticamente da tutti i suoi successori tedeschi – cosa notevole anche perché lui era di madrelingua francese; come narratore ha lasciato la Storia straordinaria di Peter Schlemihl, fondamentale romanzo della cultura europea, e queste memorie di viaggio per nave, svolte come botanico di bordo.

La recensione in senso stretto.
Sono rari i casi in cui uno scritto autobiografico può assurgere senza problemi al rango di romanzo, o almeno avere quel potere di conoscenza del mondo tipica del genere letterario romanzesco. tra l’altro von Chamisso c’era riuscito da poco tempo con la stesura dello Schleimihl. Questo Viaggio ne è in un certo senso – com’è evidente – una continuazione, ma libera dalle necessità fantastiche di quel primo romanzo, di cui mantiene però il desiderio di rispondere a un interrogativo centrale: qual è la patria di un uomo europeo? Questa è la domanda che il botanico di bordo di un bragantino in missione scientifica porta con sé di fronte alle innumerevoli esperienze che fa e alle quali assiste, alla ricerca di segni che possano indicargli una possibile risposta; vivendo su di sé la piena crisi illuministica che dal lato quotidiano vede ragione e classificazione infrangersi contro una natura che non si lascia pensare né classificare, e dal lato storico assiste alla dissoluzione del mito della patria – qualunque cosa sia – per avere al suo posto un ente meramente politico assoggettato al capitalismo mercantile.
L’ingenuità del viaggiatore di fronte a spettacoli della natura ora del tutto normali è oggi una prova per il lettore, per vedere fino a che punto è capace di tralasciare quanto di puramente storico e ipocrita va lasciato al suo tempo per preservare i connotati genuinamente romanzeschi di questo libro. La storia della letteratura di viaggio passa anche di qui.
Su questa bellissima collana di Guida ho già detto: un vero esempio di come dovrebbero esser fatti i libri – da parte di un editore, intendo.

Perché dovrei leggerlo.
La domanda riguardo il proprio luogo d’origine è anche un’altra versione della domanda fondante la storia del romanzo: qual è il proprio destino? La letteratura di viaggio comincia così. Non con la cronaca di un ritorno annunciato ed inevitabile, come quello di Ulisse; quella è solo avventura. Il romanzo, il tempo e il viaggio nascono insieme nella forma di una domanda alla quale rispondere. Il romanticismo tedesco – di cui von Chamisso è uno degli esponenti più interessanti – ha tentato questa e molte altre risposte. “I go to prove my soul” (Browning, Paracelsus, Atto I, Scena II).

Richard Beer-Hofmann, La morte di Georg, Napoli, Guida, 1985; 160 pp., prezzo lire 18.000, cm 21,3×13, copertina in cartone con bandelle, rilegatura incollata, carta semiruvida di scarsa qualità.

La trama, per sommi capi.
La trama di questo romanzo capitale è molto esile: l’improvvisa morte di Georg, brillante giovane medico all’inizio di una vita certamente fortunata e baciata dal successo, spinge l’amico Paul a ripensare completamente la propria esistenza, vuota e votata all’indifferenza verso tutto e tutti.

Fuori l’autore.
Richard Beer-Hofmann (1866-1945) vive in pieno gli anni finali dell’Impero asburgico e di quella Vienna nella quale è nato così tanto dell’Europa attuale. Invece di vivere di rendita sulle industrie paterne, si dedica alla scrittura impegnandosi seriamente nel battere strade nuove, insieme agli amici di una vita: Hugo von Hofmannsthal, Hermann Bahr e Arthur Schnitzler, e scusate se è poco. Se dopo di lui c’è stato qualcosa chiamabile «grande romanzo europeo», lo si deve principalmente a questo scrittore che ha raccolto molto molto meno di quanto ha seminato.

La recensione in senso stretto.
Per sorbirsi un intero romanzo scritto in erlebte Rede, bisogna essere o obbligati da qualcuno che ci fa veramente paura o completamente rimbecilliti per l’autore. Eppure Beer-Hofmann ci riesce senza appoggiarsi a nessuna di queste due scuse, perché il suo enorme sforzo riesce qui in un risultato artistico altissimo.
Il romanzo è composto da continui passaggi di immagini – che sono, di volta in volta, idee, pensieri, sogni, meditazioni del protagonista – raramente intervallati da qualche «fatto» che li scatena o che li localizza con precisione nello spazio e nel tempo. Il percorso di «redenzione» e di avvicinamento ad una vita più autentica che fa il protagonista è magistralmente collocato in uno spazio indistinto tra la sua psiche e il mondo esterno, tra i sentimenti e il linguaggio, tra la percezione e i pensieri; in questo modo non si viene né annoiati dal continuo rimuginare del protagonista sulla propria esistenza – perché essa è posta in continuo problematico rapporto con le altre e con il mondo – né frustrati nelle aspettative da un mondo esterno nel quale non succede niente – perché quel poco è sufficiente a sconvolgere il tutto. L’artificiosità del finale – davvero brutto, non c’è che dire – in un certo senso conferma che il fuoco di questo romanzo non sta certo nella trama.
Se la storia o lo stile non vi dicono nulla di nuovo, riflettete sul fatto che Fisher pubblicò questo romanzo nel 1900. Beer-Hofmann è semplicemente il primo in tutta una serie di aspetti stilistici, retorici e linguistici che faranno di lì a poco la storia del romanzo quale lo conosciamo attualmente; sarà il caso di essere generosi con questo esploratore di una landa ancora sconosciuta.
Il libro si trova ancora, su alcuni siti, a poco più di 12 euro, come altri titoli della bellissima collana «Archivio del romanzo» di Guida. Contiene un saggio di Lukacs (in apertura) uno di Rubino (dopo il testo), note del curatore e del traduttore: insomma, un vero esempio di come dovrebbero esser fatti i libri – da parte di un editore, intendo.

Perché dovrei leggerlo.
La storia del romanzo può essere letta in tantissimi modi. Si può, partendo da quello che si ha in casa, spaziare in lungo e in largo nelle opere di un solo autore, oppure frequentare i suoi stessi riferimenti letterari; ci si può muovere in avanti, sperimentando con la lettura quei sentieri che ancora pochi conoscono, oppure tornare indietro per vecchi percorsi che nessuno frequenta più, a cercare le origini di ciò che ancora ci interessa. Possiamo anche, curiosi dei grandi romanzieri come degli oscuri scrittori da loro schiacciati, fermarci sui nomi di contorno, talenti più semplici da vedere perché luminosi solo ogni tanto o anche solo per una volta.
In tutti questi casi sarà comunque difficile non incontrare Richard Beer-Hofmann.

John Keats, Lettere sulla poesia, Milano, Feltrinelli, 1984; 240 pp., prezzo lire 13.000, cm 12,5×19,5, copertina in cartone con bandelle, rilegatura cucita, carta liscia di buona qualità.

Fuori l’autore.
John Keats (1795 – 1821) è sicuramente tra i pochissimi che ha compreso – in una maniera che coinvolgeva tutto di sé – il potere della parola; è un («il»?) poeta romantico per eccellenza, ed è nel Romanticismo europeo – sublime e feroce officina di geni – che il romanzo moderno raccoglie le eredità che partono da Omero, passano per Don Chisciotte, e diventano quello che oggi conosciamo. A Keats la poesia – intesa nel senso più ampio di “forza creatrice del linguaggio” – deve moltissimo.

La recensione in senso stretto.
Un epistolario è sempre una violenza fatta all’autore delle lettere e ai suoi destinatari; diciamolo all’inizio senza ipocrisie. La domanda che come lettori di dobbiamo porre è: come giustifichiamo a noi stessi questa violenza? Curatori ed editori ne hanno di motivi; ma il lettore?
Questo epistolario è – tra le altre cose – un’opera dedicata alla meraviglia come sentimento di conoscenza del mondo, come prima facoltà della sensibilità per comprendere il mondo. Keats è un poeta in ogni suo gesto quotidiano, in ogni sua parola scritta, perché la sua anima non ha modalità diverse di approccio al mondo; egli è sempre in ascolto di tutto, sempre pronto a farsi sconvolgere da qualunque cosa – da una cosa qualunque, quindi. Per lui la poesia non ha nessuno luogo particolare né nessun compito esclusivo: la parola poetica mette in relazione i fenomeni, ma altro non può fare.
Un epistolario può servire a far vedere come, per un poeta, la vita, il lavoro e lo stupore di fronte al mondo sono sempre contemporanei.

Perché dovrei leggerlo.
Perché esistono anche i monumenti di parole, e questo epistolario lo è: un’opera edificata lentamente, e inconsapevolmente, che racconta cosa sono i poeti nel quotidiano,nei rapporti umani, nel parlare di sé e degli altri: degli esseri umani incapaci di indifferenza, a ogni livello.
Perché riesce a far capire ancora a cosa serve una lettera, per quale motivo ci si rivolge a un altro essere umano con parole scritte.

Nadia Fusini, La passione dell’origine, Bari, Dedalo Libri, 1981; 256 pp., prezzo lire 8.000, cm 21×14, copertina in cartoncino con bandelle, rilegatura incollata, carta semiruvida di scarsa qualità.

E’ un saggio su…
E’ un libro sull’essenza del romanzo, del romanzesco, come ricerca incessante dell’origine, rapporto col padre, passione che da tragedia si fa novel, “mimesi della realtà”, che da oppressione dell’erore tragico si fa palestra per educare il giovane allo scontro col mondo delle convenzioni, della “civiltà”. Goethe, Mann, Conrad, Joyce, Beckett; potrebbero essere loro o altri, loro o i loro personaggi, ma Amleto si ripresenta a tutti chiedendo loro di dare conto della propria ossessione per il fantasma paterno. Il romanzo racconta di questo apprendistato, di questo passaggio all’età adulta che però non può tagliare di netto i suoi rapporti col passato.

Recensione.
Se c’è un saggio dove si può trovare ben definito e caratterizzato «il romanzesco», è questo. Quell’elemento disturbante eppure aggregante che tende a sfaldare ogni narrazione in un qualcosa di più potente ma di incompiuto, in piedi ma crepato, solido ma insicuro, è il romanzesco.
Nadia Fusini non si sottrae al compito di dargli una connotazione sociale e storica, ma lo svincola completamente dalla convenzioni dei generi, La figura centrale qui – anche come contro-esempio, figura di contrasto per una costellazione di altre immagini – è Amleto. Il romanzo continua l’interrogazione di Amleto, cala nella prosa del mondo il suo dilemma. Sparisce la tragedia, sì, ma forse è solo una rimozione. Amleto ritorna sempre.
Raramente troverete una così lucida analisi sulla nascita del romanzo, della «forma bastarda», come problema del soggetto. Quel soggetto che nel mondo dell’epica conosceva il proprio destino – gli dèi erano lì, bastava chiedere loro di manifestarsi – e doveva solo svolgerlo nella maniera più dignitosa possibile, è ora nella totale oscurità sul proprio essere. Nessun dio gli parla più, in cambio di questa onnipresenza di dèi c’è il mondo interiore della psicologia; in mezzo, Amleto e la sua tragedia. Non più eroe, ma perenne fantasma per tutti i successivi personaggi romanzeschi, con le mille riformulazioni della sua vecchia domanda.
Nel testo c’è spazio per molti: Eliot, Joyce, Goethe, Mann, Conrad, Beckett, Woolf, Stein, Eliot, e parecchi altri.

Fuori l’autore.
Nadia Fusini (1946), saggista, traduttrice, scrittrice. In ordine personale di preferenza. Allieva di Agostino Lombardo – andatevi a vedere chi era. Insegna anche lei, e non sarebbe davvero male andare alle sue lezioni.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?
Perché è uno dei pochissimi saggi che affronta in pieno il tema dell’origine del romanzo senza fare storia della letteratura; s’interessa al solo “fenomeno” romanzesco, senza perdersi troppo in questioni storiche che, anche se importanti, comunque non possono spiegare molto. Senza mettere in campo “cause” primarie o secondarie, il libro spiega come e perché il romanzo è quello che è. Non mi pare poco.

Salman Rushdie, Il mago di Oz, Milano, Linea D’Ombra, 1993; 96 pp., prezzo lire 12.000, cm 19,5×11, copertina in cartoncino, rilegatura cucita, carta semiruvida di media qualità.

E’ un saggio su…
Due brevi saggi sul film del 1939 diretto da Victor Fleming. Al loro interno, però, c’è molto molto di più – malgrado rimangano due ottimi esempi di critica cinematografica.

Recensione.
“Il mago di Oz fece di me uno scrittore”. Oh, questo sì che è interessante. In questo testo Rushdie fa quello che andrebbe sempre fatto quando si scrive un saggio: usa l’oggetto del saggio per parlare d’altro. Il saggio, quando si avvicina ad avere un merito artistico, dice qualcosa sul suo oggetto, e contemporaneamente mostra qualcos’altro.
Qui abbiamo un romanziere che parla di un film, e lo fa in maniera davvero piacevole. Ci sono gli aneddoti, c’è la critica cinematografica, c’è l’amore per il cinema, e molte altre cose. Tra queste, appunto, lo scopo del saggio: centrare il tema tanto caro a Rushdie dell’esilio, del parlare una lingua per scrivere di un altro mondo che parla altre lingue. Oz è un territorio molto caro a Rushdie: è la casa che ci si fa quando non si può più stare a casa propria. E di questo lui ne sa.
Ecco che il cuore di questo libretto è espressamente romanzesco: qui si parla, obliquamente, attraverso un film, di quello che forse è il più vecchio tema romanzesco, il tema del romanzo per eccellenza: la costruzione del proprio destino. Che questo passi per un paio di scarpette rosse, ovviamente non importa, così come non importa affatto sapere se il film piace al lettore o no – qui si parla anche (e forse soprattutto) di altro.
E’ ovvio quindi che la sua critica cinematografica è molto “critica” e poco “cinematografica”. Gli aspetti del film che vengono esaminati sono tutti narrativi e poco tecnici, ma non credo che importi. Ci sono tanti modi per parlare di romanzi quanti che ne sono per parlare di film; quando s’incontra un libro che fa le due cose contemporaneamente non è il caso di fare i difficili.
La collana “Aperture” di Linea d’Ombra è davvero ricchissima di cose belle; sulle solite bancarelle o nei remainders ben forniti comprate pure a occhi chiusi.

Fuori l’autore.
Salman Rushdie (1947), scrittore e saggista di lingua inglese e di cultura molto più complicata. La storia dei Satanic Verses la sapete sicuramente, quindi l’invito è a scoprirlo anche come saggista e critico letterario.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?
E’ un raro esempio di saggio sia letterario che cinematografico – com’è possibile, chiedetelo all’autore. A volte certe cose riescono, ed è proprio il caso di approfittarne e leggerle.
Se non avete visto il film… sbrigatevi.

Marcello Marchesi, Diario Futile, Milano, Rizzoli, 1963; 146 pp., prezzo lire 1.000, cm 19,5×11,5, copertina in cartone rigido, sopracoperta illustrata con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di buona qualità.

C’è stato un tempo in cui la televisione raccoglieva, data la sua “modernità”, molti intellettuali di grande livello per lavorare ai suoi programmi. Marchesi, uno di questi, raccoglie in questo «diario» – in mancanza di migliori generi, allora, evidentemente non si aveva di meglio – qualunque cosa piccola, minore, non prevista, che il suo lavoro di scrittore per la televisione lasciava cadere.
Abbiamo qui raccolta una serie di irriverenze, battute, aforismi, ricordi, giochi di parole, poesie, “pun” insomma, che risentono molto della spontaneità del loro autore. Con meno tecnica e più dolore di molti suoi contemporanei – Flaiano, per esempio – Marchesi in queste note toglie coperchi, apre porte, rompe lucchetti, e va vedere il “dietro” di molti fenomeni: poi rimette a posto, educatamente, e lascia che il linguaggio, che poco fa era stato grimaldello, ritorni al suo ordinario lavoro rassicurante.
Se questo libro è un diario, lo è certamente di un linguaggio – e di quel paese che lo parlava – che è ancora il nostro. Esso si mostra in una maniera che spesso la letteratura trascura: quella ironica, obliqua, sur-reale abbastanza da rendersi comprensibile solo a chi abbandona i pregiudizi linguistici, e non solo quelli. Credo che di libri del genere ce ne sia ancora un gran bisogno.

Bufala Cosmica, Rime tempestose, Milano, Sperling&Kupfer, 1992; 144 pp., prezzo illeggibile, cm 19,5×11,5, copertina in cartone rigido, sopracoperta illustrata con bandelle, rilegatura cucita, carta semiruvida di buona qualità.

Nato negli anni in cui il fenomeno del «pun», del «demenziale» (com’è stato da noi orrendamente ribattezzato il surrealismo versificatorio a volte fatto anche canzone) non era ancora svenduto alla televisione di massa, il gruppo «Bufala Cosmica» girava teatri italiani ed altri spazi più o meno accoglienti a presentare i suoi readings. Questo condensato del loro lavoro propone, nelle quattro identità così diverse del gruppo (Gianni Micheloni, Antonio Pezzinga, Alessandra Berardi, Marco Ardemagni) un campionario esauriente – ma ahimè sempre troppo breve – delle potenzialità conoscitive di questo particolare «genere».
Sì, considero il «pun» – il gioco linguistico-letterario in versi o in prosa – un genere letterario vero e proprio, che ha anche antenati illustri. Compiti per casa: scopriteveli da soli. A me interessa il fatto che il romanzo sia riuscito a far suo anche questo tipo di creazione letteraria e, a volte, a farne la cifra stilistica di opere davvero interessanti. Basti pensare al lavoro di Campanile, continuamente costruito sui fraintendimenti e le difficoltà celate dietro i luoghi comuni del linguaggio, o agli artifici romanzeschi di Perec. Qui ci sono poesie che hanno, grazie alla forza espressiva del “pun”, la sintetica espressività che solo un gioco linguistico può avere; l’economia di parole non risparmia alcuna difficoltà di comprensione, perché più significati passano in sempre meno materiale linguistico. A voi la sfida.
Questa collana, “Pugni di riso”, era ed è ancora molto avanti. Immagino perché è il resto intorno che s’è fermato.

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