De Vitis, Todorov, Beckett, Trevanian, Wittgenstein

Lo so, è passato molto tempo. Avevo molte cose da fare ancora indietro, e adesso che è arrivata l’estate mi concederò altre letture e altre indagini intorno al romanzo negli sconfinati territori inesplorati della mia libreria. Meglio non fare promesse, altrimenti non riuscirei a mantenerle – cosa che è già pessima per un romanziere, figuriamoci per un critico.

Loredana De Vitis, Storie d’amore inventato, Roma, ilmiolibro.it, 2010;50 pp., 8 euro, cm 11,4×17, copertina in cartoncino plastificato, brossura, carta liscia di media qualità.

La trama, per sommi capi.

Cinque storie d’amore che passano in rassegna i luoghi più tipici del genere, senza però confortare il lettore sui luoghi comuni di quei luoghi tipici. Solo voci, con stili linguistici e tipografici diversi, che parlano. Forme diverse per un unico argomento – la storia più vecchia del mondo. Forse è per questo che queste cinquanta pagine hanno vinto un premio.

Fuori l’autore.

Loredana De Vitis, leccese, è un’artista che si esprime scrivendo, fotografando, mostrando, domandando – ma forse siamo noi di fuori che vediamo tutti questi fenomeni come espressioni diverse, per lei è un po’ tutto lo stesso. Per ora non abbiamo visto che l’inizio, che ha già mantenuto ben più di tanti altri che ancora continuano a promettere. Diamole la pazienza che non ha, e vediamo che succede.

La recensione in senso stretto.

La sensibilità di Loredana De Vitis sa cogliere principalmente i toni di voce. Dato però che la scrittura non arriva alle orecchie ma agli occhi, c’è bisogno di trasformare i toni in forme e lessico adeguati. In questi cinque racconti – che potrebbero benissimo essere cinque storie sullo stesso tema e comporre così un romanzo, come il kunderiano Amori ridicoli – tipografia, lessico, “oggetti” linguistici collaborano alla caratterizzazione dei toni, con un lavoro evidentemente sofferto e ricercato, tanta è la naturalezza e la semplicità che si leggono in superficie. Bene, ma cosa si può fare con i toni di voce e cinquanta pagine?

L’abilità dell’autrice è quella di far rimbalzare questi toni su vari oggetti e argomenti, in modo che i toni diversi possano creare echi e riverberi che, anche se non stampati, suscitino la nostra immaginazione e la nostra esperienza a riempire quelle pagine che non ci sono. Andrea e Rossella li abbiamo visti mille volte, in chat ci siamo andati tutti e una convivenza improvvisata e scriteriata l’abbiamo vissuta in molti. Non c’è nessuna difficoltà a sentire di nuovo quegli stessi echi che neanche sono scritti; ma il facile rispecchiamento confortevole è smentito con scientifica crudeltà da una scrittura che piazza, qui e là, autentiche trappole narrative che non possono rendere – per nostra fortuna – troppo facile l’empatia. Una parola, uno spostamento di senso, una rottura improvvisa nascondono il meccanismo destabilizzante che fa diventare queste cinquanta pagine di apparente “letteratura amena” una piccola inchiesta sul senso delle nostre abitudini d’amore. Uno dei tanti compiti che il romanzo, da quando è nato, non cessa di portare a termine con un’esattezza a volte insopportabile.

Perché dovrei leggerlo.

Ci si lamenta – giustamente – che in Italia di recente gli editori hanno capito che i migliori clienti non sono tanto i lettori, quanto gli scrittori. Non a caso la qualità complessiva dell’editoria italiana scende e proliferano gli scrittori stranieri che, in quanto tradotti, dicono nulla della letteratura italiana. Uno dei modi per capirne qualcosa è affidarsi a chi si autoproduce – se funziona per il cinema, perché non dovrebbe nella letteratura?

Questa motivazione, comunque, non deve distogliere dalle altre, né dev’essere considerata l’unica: Storie d’amore inventato è piacevole, economico, interessante, divertente, inquietante quanto basta. Quanto basta per leggere il prossimo di Loredana De Vitis.

Tzvetan Todorov, Critica della critica, Torino, Einaudi, 1986;200 pp., prezzo lire 18.000, cm 18×10,5, copertina in cartoncino, brossura, carta liscia di buona qualità.

E’ un saggio su…

Soltanto un uomo meraviglioso come Todorov poteva congegnare un libro come questo, facendolo apparire come la più ovvia delle raccolte di saggi. Eppure il suo sottotitolo – Un romanzo di apprendistato – dovrebbe farci capire il doppio binario di un libretto che vuole essere, insieme, raccolta di saggi letterari (che hanno come oggetto altri critici letterari) e romanzo di formazione. Qui infatti Todorov fa i conti con se stesso e i suoi mestri, raccontandosi attraverso i saggi e costruendo una serie di analisi di ciò che romantico ancora è e non è già più nella letteratura del tempo che fu il suo.

Recensione.

Come sempre (come, ad esempio, in un libro particolarmente simile a questo qual è L’anima e le forme) questo fare i conti con il suo tempo è per chi viene dopo una impagabile lezione di metodo. Todorov, come lo era Lukacs, è consapevole che il saggio letterario può dire qualcosa solo obliquamente, attraverso altre opere o parole altrui; attraverso di esse, tenta di mostrare un senso possibile, conscio che se lo indicasse direttamente gli toglierebbe qualsiasi validità per il solo fatto di renderlo ostensibile.

Possiamo quindi scegliere tre tipi di lettura: la raccolta di saggi letterari, la – diremmo oggi – “decostruzione” del critico Todorov, la lezione metodologica su come un critico passi in rassegna le condizioni di possibilità dal suo lavoro, facendo i conti con ciò che lo ha formato come critico.

Nel frattempo, i nomi della critica: formalismo, Brecht, Srtre, Blanchot, Barthes, Bachtin, Frye, Watt, Berlin, e molti altri. Snocciolati come ricordi personali, Todorov butta lì per caso meraviglie come questa (ho aperto a caso): “Ma la critica è dialogo, e le conviene riconoscerlo apertamente; è l’incontro di due voci, quella dell’autore e quella del critico, e nessuna delle due prevale sull’altra. Eppure critici di diverse ortodossie convergono nel rifiuto di riconoscere tale dialogo”.

Il libro è il racconto di come si è formata, lungo il Novecento, un’idea (l’idea?) di verità in letteratura, e di come la critica sia un necessario doppio della letteratura (“il testo non può mai dire tutta la sua verità”) che serve al disvelarsi di questa verità. Può non essere facile da digerire, ma non si dovrebbe ignorare sempre e sistematicamente il lavoro della critica letteraria. Ovviamente se ne può fare a meno per leggere i romanzi – nessuna critica prepara alla lettura. Non se ne può però fare a meno insieme alla letteratura, affinché quella immagine del mondo che è il fenomeno letterario possa essere intelligibile nei suoi più piccoli aspetti. Che poi sono quelli che, nel mondo, non si vedono.

Questo Critica della critica non si trova, né so se è stato ripubblicato dopo i primi anni ‘80. Io ho un ‘Nuovo Politecnico’ Einaudi – quelli col quadrato rosso, insomma – e me lo tengo stretto, come tutti quelli di questa collana da comprare subito, qualunque titolo ovunque lo si trovi.

Fuori l’autore.

Cvetan (o Tzvetan) Todorov nasce a Sofia nel ‘39, studia a Parigi filosofia del linguaggio con Barthes, e da cinquant’anni scrive cose illuminanti di critica letteraria, sociologia, storia, linguistica – anche tutte insieme. Leggetelo con piacere, perché è tra i pochissimi saggisti contemporaneamente profondi quanto leggeri (non ho detto facili, ho detto leggeri).

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

“La rinuncia alla materia particolare e alla sua analisi puntuale mi avrebbe collocato dalla parte di coloro che possiedono la verità e la cui unica preoccupazione è come esporla perché sia meglio imposta. Per parte mia, mi accontento di cercarla (ed è già ambizione non piccola), convinto che la forma più adatta a questa ricerca è un genere ibrido: un racconto – ma esemplare; nel caso specifico, la storia di un’avventura dello spirito, la riflessione sulla letteratura del Novecento,che permette di leggere in trasparenza una ricerca della verità”. Tiè.

Samuel Beckett, Watt, Torino, Einaudi, 1998;248 pp., prezzo illeggibile, cm 20,7×13,8, copertina rigida rilegata con sopracoperta plastificata, legatura pesante, carta liscia di media qualità.

La trama, per sommi capi.

Watt va a vivere a casa del signor Knott; il romanzo è il resoconto di vicissitudini quotidiane e dei discorsi dei protagonisti intorno a queste vidende. Sostanzialmente, non c’è trama, gli avvenimenti sono del tutto ordinari e i personaggi sono tantissimi, a volte gli stessi si presentano con nomi diversi. Quello che succede non è importante – allora, cosa lo è?

Fuori l’autore.

Samuel Beckett (Dublino 1906 – Parigi 1989). “Allora rientrai a casa e mi misi a scrivere. ‘E’ mezzanotte; la pioggia batte sui vetri.’ Non era mezzanotte. Non pioveva.”

La recensione in senso stretto.

Di chiacchiere su fatti risibili sono pieni i romanzi, ma quanti hanno l’ardire di essere solo questo? E quanti vi lasceranno il sospetto di aver letto una metafora senza che abbiate capito il riferimento? Bene, se volete essere presi in giro, Watt è il libro per voi. Questo romanzo è tutto in superificie, è tutto completamente visibile e leggibile. Non c’è un dietro, non c’è un sotto, non ci sono significati reconditi né misteriosi. Per questo è, nella sua superficialità, quasi insopportabile. Eppure è proprio questo il motivo del suo fascino irresistibile – almeno per me. Non c’è nessun motivo per leggerlo, non sembra avere alcuna qualità “letteraria”. Però se volete capire cos’è una metafora, come la si rende l’unica struttura portante di un romanzo, questo è forse l’esempio principale. Tutto accade in maniera palesemente, ostentatamente insignificante, tra battute di spirito, ironia, sarcasmo, risate sguaiate non certo per palati fini. Perché?

Non lo scopriremo facilmente. La prosa di Beckett – tradotta da Gabriele Frasca con il coraggio e il rispetto per un autore che ama – non aiuta. La narrazione perde tempo e ritmo in noiosi elenchi, banali considerazioni, assurde ripetizioni. Il gioco è tutto con le nostre aspettative, che vengono peggio che disattese: sono proprio ignorate, ed è quindi il caso di metterle un po’ in discussione. In più, questo romanzo offre l’interessante opportunità di riflettere sulla differenza tra ironia e umorismo, una volta che entrambe sono apertamente ostentate di fronte a noi.
Se potete, leggetelo nell’originale inglese – consiglio che vale per tutti i romanzi, ma per alcuni di più.

Perché dovrei leggerlo.

Perché anche tu sei Watt.

Trevanian, Il ritorno delle gru, Milano, Sonzogno, 1980;416 pp., prezzo illeggibile, cm 22,3×14,5, copertina rigida rilegata con sopracoperta plastificata, legatura pesante, carta liscia di buona qualità.

La trama, per sommi capi.

La vita (quasi tutta) di un killer professionista / agente segreto / mercenario cresciuto con i valori orientali dentro un corpo occidentale. Prova per tutta la vita a difendersi e a stare lontano da ciò che più detesta, ma dovrà occuparsene personalmente quando quei meschini poteri cercheranno di non fargli mantenere la parola data.

Fuori l’autore.

Trevanian è lo pseudonimo di uno scrittore americano che ha celato la sua identità per quasi tutta la sua carriera. Preferivo fosse stato Clint Eastwood a scrivere quei romanzi, ma pazienza, anche Clint di cose decenti ne ha fatte.

La recensione in senso stretto.

Il romanzo ha tutto per essere un classico del genere – peccato che non si riesca a classificarlo in nessun genere. Giallo, thriller, sesso, storia contemporanea, c’è un po’ tutto e tutto assemblato benissimo. Ecco: andrebbe semplicemente catalogato in “libri scritti bene”. Svago, impegno, rilfessione, confronto con l’altro, con questo romanzo si può fare tutto e ad alti livelli. A ulteriore prova che un best-seller non deve proprio fare schifo per forza. Ogni tanto si può leggere anche solo un buon libro per il gusto di leggerselo, e questo è il caso e il motivo per cui ci ritorno anche spesso. Inoltre ‘Il ritorno delle gru’ è un vero manuale per imparare a costruire trame. Nessun elemento superfluo né inutile, tutto è giustificato e coerente e molto lineare, malgrado la narrazione non si risparmi aperte prese di posizione o sarcasmi pesanti. Sono soprattutto gli Stati Uniti, i suoi simboli e suoi valori, ad avere la peggio, e non nego che questo può essere uno degli elementi che hanno fatto apprezzare maggiormente il libro. Ora però che l’eco delle vendite e della moda è passato, si può tornare a Trevanian per giudicarlo e gustarlo fuori dal circuito del successo editoriale, come credo meriti.

Perché dovrei leggerlo.

Se vi piace prendere frasi come citazione, il libro è pieno di frasi a effetto da riciclare sui propri social network. Se vi piacciono le trame intricate senza lieto fine e con la vittoria non dei buoni ma dei meno peggio, ‘Il ritorno delle gru’ è per voi. Se volete tutti insieme gli stereotipi sull’occidente e sull’oriente qui li trovate – per fortuna non sono fini a se stessi ma hanno un senso romanzesco molto importante.

Inserto – Filosofia

Ludwig Wittgenstein, Ricerche filosofiche, Torino, Einaudi, 1993; 302 pp., prezzo lire 36.000, cm 20,5×12,2, copertina in cartoncino, brossura, carta semiruvida di media qualità.

Quando la quarta di copertina vi annuncia pomposamente che “questo libro rappresenta un vertice del pensiero del Novecento”, bisogna cominciare con un paio di premesse doverose: dovete evitare sempre di leggere le quarte di copertina, e dovete prendere l’abitudine di confrontarvi con i filosofi leggendo direttamente quello che hanno scritto, invece di manuali e introduzioni.

Scoprirete così che, tra le cose straordinarie alle quali questo libro riuscirà a portarvi, ci sarà anche una interessante immagine di come il saggismo si sia introdotto nel romanzo fin dalla sua prima comparsa. Mentre Wittgestein compie, e noi con lui leggendo, le sue esplorazioni sul linguaggio naturale, vediamo dispiegarsi davanti a noi anche il tentativo di parlare del linguaggio naturale, cioè un esercizio di metalinguaggio. Ed è quindi naturale che in questo esercizio l’autore ci chieda continuamente di creare storie, e di prendere ad esempio storie e situazioni; di “pensa…” e “immagina…” è piena ogni pagina. Mentre lui indaga lentamente e inesorabilmente il legame tra mondo, linguaggio e pensiero – tra le tante altre cose illuminanti – dice anche qualcosa sul romanzo, e su cosa vuol dire comprendere un romanzo, e perché è necessario comprendere un romanzo, e in che modo dobbiamo intendere al questione del “comprendere un romanzo”.

Per esempio, il paragrafo 531: “Noi parliamo del comprendere una proposizione, nel senso che essa può essere sostituita da un’altra che dice la stessa cosa; ma anche nel senso che non può essere sostituita da nessun’altra. […] Nel primo caso il pensiero della proposizione è qualcosa che è comune a differenti proposizioni; nel secondo, qualcosa che soltanto queste parole, in queste posizioni, possono esprimere”. Ebbene: che cosa capiamo di un romanzo, quello che riusciamo a formulare in un altro modo o quello che, per forza di cose, siamo costretti a citare? E queste due comprensioni sono veramente così diverse?

Ricerche filosofiche indaga il funzionamento del linguaggio naturale, quindi dice qualcosa anche sulla costruzione romanzesca, e precisamente quando si sofferma sui problemi di rappresentazione delle sensazioni, del rapporto tra linguaggio e comportamento, del legame tra grammatica ed esperienza. Questi sono anche i problemi del romanziere, e questo straordinario libro, per certi versi, non fa che illustrare il motivo per cui ogni romanzo è una scommessa sul linguaggio e una sua ri-creazione. Esattamente come ogni romanzo è un modo possibile di risolvere quei problemi e quelle intricate situazioni linguistiche per cui la comprensione di un testo scritto può essere in rapporto con la realtà. Se c’è un modo per tentare di spiegare non tanto come i romanzi ci insegnino qualcosa sull’esperienza del mondo, ma il fatto che i romanzi ci riescano così bene da secoli, io credo che Wittgenstein abbia fatto anche questo, nel suo libro.

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