Chandler, De Lillo, Ishiguro, Lasker-Schuler, Paz

Comincio a leggere anche cose “nuove”, segno che nella mia libreria qualcuno lascia anche roba che non ho comprato io – o che nessuno mi ha regalato. Bene, la libreria deve rimanere aperta e senza polvere o muffa; spolveratela come fanno le sue parole con i vostri pensieri. Non ho mai creduto che l’età di un romanziere, o la sua provenienza, contassero per giudicare della sua opera. Il problema, per come la vedo io, continua a rimanere chi vende quella sua opera, che invece di quelle informazioni ne fa le principali.

* Kazuo Ishiguro, Non lasciarmi, Torino, Einaudi, 2007, pp.296, Euro 12.00, cm 20.8×13.3, copertina in cartoncino plastificato e carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.

Un gruppo di ragazzini, poi adolescenti poi uomini e donne, crescono ignari del proprio inquietante destino cui li ha preparati il resto della “società”. Ma questa loro particolarissima condizione non gli evita né l’amarezza né la gioia che l’amicizia e l’amore hanno evidentemente in serbo per tutti. E nemmeno evitano d’imparare a cosa servono i ricordi.

Fuori l’autore.

Difficile parlare di un romanziere vivente (nato nel ’54) e pluripremiato. Dicono i critici che, con le sue origini “esotiche”, abbia dato nuova linfa al romanzo in lingua inglese; a me continuano a sembrare rilievi critici di un etnocentrismo insopportabile.

La recensione in senso stretto.

Che Ishiguro conosca il mestiere lo sappiamo da tempo: c’è da tenere una verità nascosta per centinaia di pagine, niente di meglio che una narrazione in prima persona per svelare a poco a poco la tremenda “verità”. Rimane il fatto che, come in tutti gli ottimi romanzi che si rispettano, questa tanto attesa verità non è la cosa migliore né quella più interessante – a parte che per la quarta di copertina. A darle retta questo romanzo sarebbe “un’utopia a rovescio”, se solo fosse chiaro che caspita vuol dire.
Invece la domanda che regge tutta la narrazione è una delle più vecchie della storia del romanzo, forse quella che lo fece nascere, secoli fa: qual è il rapporto tra i nostri ricordi e il nostro destino? Sono loro, dopo anni, a illuminare questo oppure è il destino che, svelandosi, crea i ricordi e spazza via quello che non ne fa parte?
Per fortuna Ishiguro non tenta una risposta, così il suo lavoro può resistere sia alla tremenda frase in copertina (“un romanzo commovente e visionario”, brrr) che alla foto piaciona scelta dall’editore. Resiste molto bene anche al test di Voigt-Kampff per i romanzi: leggerlo dall’ultimo capitolo al primo. Segno che quando si centra una delle domande fondamentali per la nostra esistenza, e quando si trova lo stile adatto per scriverne, cosa avviene prima e cosa dopo non conta assolutamente nulla. Altro che “un’utopia a rovescio”.

Perché dovrei leggerlo.

Perché solo quando sappiamo cosa fare dei nostri ricordi d’infanzia, allora l’abbiamo davvero superata. Resta poi da capire se ciò sia un bene, e cosa può attenderci dopo. Una rete metallica nelle campagne del Norfolk, probabilmente.
Perché anche se un ricordo è completamente frainteso dalle persone che ne sono protagoniste, ciò non toglie la sua importanza nella vita di entrambe. E allora, è ancora un ricordo?

* Raymond Chandler, Addio mia amata, Milano, Garzanti, 1967, pp.242, Lire 350, cm 18×11, copertina in cartoncino plastificato e carta semiruvida di buona qualità.

La trama, per sommi capi.

Attorno alla vita di una donna in fuga da se stessa, lasciando dietro di sé ricordi, amori e identità diverse, il classico detective duro e puro qual è il Marlowe di Chandler scoprirà ben più di quanto avrebbe voluto sapere.

Fuori l’autore.

Raymond Chandler (1888 – 1959) è tra i grandi del genere giallo a dare a questo genere i mezzi per smetterla di essere considerato un genere – per chi ancora ha bisogno dei generi. Dalla vita forse più intricata di qualunque sua trama, passando il tempo continua a essere sempre più rivalutato. Quando basterebbe leggerlo.

La recensione in senso stretto.

Se c’è un romanzo che insegna a costruire solidamente una storia efficace, è questo. Non c’è da fare altro che mettere insieme i pezzi e smetterla di credere alle coincidenze, aggiungerci qualche dubbio esistenziale, donne fatali, tanti soldi in giro e altre intelligenze a contrastare il nostro eroe – poi pulire tutto il linguaggio è il difficile. Anche se gli ingredienti sono i soliti, poi sta allo chef saperli mettere insieme nel modo giusto, ed è qui che Chandler ha ancora molto da insegnare.
Soprattutto perché, alla faccia di quelli che ancora credono all’esistenza dei generi e ignorano gli stili, nessuno dei gialli di Chandler esaurisce il suo scopo alla semplice soluzione della trama. I suoi sono anche ottimi romanzi soprattutto perché sono costruiti intorno a questioni che non sono né gialle, né rosa, né nere; e se malgrado questo voi ci vedete solo le storie di un investigatore, forse il “genere giallo” ve lo meritate.

Perché dovrei leggerlo.

Perché abbiamo ancora bisogno di leggere di uomini onesti che hanno voglia di impegnarsi per la verità. Anche se è la storia più vecchia del mondo, evidentemente non ne abbiamo mai abbastanza.
Perché è la prova che per scrivere una storia che tiene appiccicati alle pagine dalla prima all’ultima parola servono ancora e solo le qualità di un narratore, affinate da tanto mestiere.
Perché abbiamo incontrato tutti un amore che poi è scappato, e abbiamo pensato che fosse colpa nostra. Invece non eravamo che una piccola parte della storia.

* Else Lasker-Schuler, Artur Aronymus, Venezia, Marsilio, 1996, pp.150, Lire 18.000, cm 18.2×12, copertina in cartoncino con bandelle e carta semiruvida di buona qualità.

La trama, per sommi capi.

Con la scusa di una biografia del padre, Lasker-Schuler mette insieme il classico racconto di conciliazione cristiano-ebraica con altre e ben più inquietanti possibilità. Da grande poetessa quale è, il racconto perde in chiarezza per acquistare in profondità, e il passaggio tra aneddoti, metafore e fatti storici viene saggiamente sfumato per concedere al senso complessivo di essere più vivido ed emozionato – com’è giusto che sia fatto dagli occhi infantili.

Fuori l’autore.

Else Lasker-Schuler (1889-1945) è stata da molti considerata la più grande poetessa tedesca. Talento precoce e impressionante, ebbe una vita segnata dal continuo scandirsi di drammi sempre più gravi e grandi, fino allo scontro col regime nazista e la sua espulsione dalla Germania.

La recensione in senso stretto.

Come solo un poeta sa fare quando si esprime in prosa, questo racconto più o meno falsamente biografico racconta una vita per raccontare tutte le vite. Soprattutto quelle di un popolo e del suo interminabile vagare da un dramma all’altro, tra gioie private e tragedie pubbliche. Cercare un senso tra eventi e inimicizie secolari e insensate non è possibile, e allora è meglio costruire un senso possibile raccontando la vita, un po’ vera un po’ inventata,  di chi si trova comunque coinvolto in quei drammi che ben poco dipendono dalla propria volontà. Arthur Aronymus vive da bambino già tutte le angherie che da adulto – come uomo e come popolo – vivrà; ma solo con i suoi occhi si può capire la destrezza necessaria a schivare quella sottile e nefasta presenza che è il pregiudizio.

Perché dovrei leggerlo.

Per imparare, finché si è in tempo, che i pregiudizi nascono fuori ma crescono dentro di noi.
Per capire in che modo la Storia puà essere raccontata con la Fantasia.
Perché non capita spesso un’edizione così ricca e curata di un testo che, senza, sarebbe a dir poco incomprensibile. E invece, così, diventa uno strumento di unione tra culture diverse.

* Don DeLillo, Rumore bianco, Torino, Einaudi, 1999, pp.400, Euro 9.30, cm 19.5×12.2, copertina in cartoncino plastificato e carta liscia di buona qualità.

La trama, per sommi capi.

Un docente universitario è alle prese con la sua assurda famiglia composta anche dai figli che lui e la sua attuale compagna hanno avuto da unioni precedenti. Più assurdo ancora è l’ambiente accademico nel quale lavora. Un’emergenza cittadina metterà a rischio la loro vita, e lui si troverà a cominciare continuamente a pensare alla morte, fino a viverla molto da vicino.

Fuori l’autore.

DeLillo (classe 1936, origini italiane) scrive dagli anni ’70 ma in Italia è tradotto ancora poco e a volte con trent’anni di ritardo. Molto influente su altri scrittori americani più recenti, è tra i più efficaci detrattori dell’ “american dream” e non solo del suo fallimento, ma anche dei danni che avrebbe provocato a tutto il tessuto sociale americano – e probabilmente mondiale.

La recensione in senso stretto.

Se pensate che sia intollerabile leggere un romanzo che parla della morte per quattrocento pagine filate, lasciate perdere Rumore bianco. Non c’è quasi parola che non sappia di cadaverico, ed il bello è che tutto vi viene somministrato in prima persona dalla voce del protagonista. Il quale, immerso com’è nel consumismo insensato degli anni ’80, parla ormai come già defunto, sperimentando una inesauribile quanto assurda volontà di continuare a raccontare che farebbe invidia al Molloy beckettiano.
In effetti è scorretto dire che questo romanzo “parla” della morte: in questo romanzo la morte semplicemente c’è, fin dall’inizio, e il protagonista non fa che corrergli incontro e passarci attraverso, come quelle “onde e radiazioni” che impregnano tutti gli eventi raccontati.
Lo stile di DeLillo, qui, è astratto fin quasi all’insopportabile. Un discorso in prima persona che è sempre già filtrato da una coscienza superiore degli eventi – come appunto quella di un sé defunto, già morto – ma che non ha ancora raggiunto un senso complessivo degli eventi, rimanendo continuamente sorpreso da ciò che “gli altri” hanno da dire e da fargli capire. A parte l’insondabile gioia di osservare un bambino che dorme.

Perché dovrei leggerlo.

Perché qualcosa degli anni Ottanta deve pur essere stato più sensato di quella accozzaglia di roba kitsch che sono sembrati, nel viverci dentro.
Perché è – di nuovo e sempre – attraverso i romanzi che possiamo comprendere se e quando ci sono legami con culture che pure sentiamo avere a che fare con “la nostra”; e qui appare chiarissimo cosa sono stati e sono ancora gli USA nella vita di moltissimi europei.
Perché della morte non smettiamo mai di voler sapere qualcosa.

* Kazuo Ishiguro, Quel che resta del giorno, Torino, Einaudi, 2011, pp.274, Euro 12.00, cm 20.8×13.3, copertina in cartoncino plastificato e carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.

Memorie di un maggiordomo, che nel breve tempo di una sua vacanza riassume tutti gli avvenimenti della sua vita facendosene sempre sfuggire il senso proprio quando ce l’ha davanti.

Fuori l’autore.

Ishiguro, vivente e pluipremiato, fa parte di quella schiera di autori in lingua inglese che però non sono nati in Inghilterra, e che hanno da anni iniziato una fase di “arricchimento” della narrativa anglosassone proprio in virtù della loro origine. Un modo di vedere le cose riduttivo come pochi: lasciatelo perdere e scoprirete un grandissimo romanziere.

La recensione in senso stretto.

Dopo poche pagine ci si accorge subito dell’incredibile lavoro linguistico – avvertibile anche in traduzione – che l’autore si è sobbarcato per ridurre ai soli elementi strettamente necessari questo romanzo. La lingua del protagonista, dal quale sappiamo tutto, dev’essere perfettamente in grado di distinguersi dalle altre per consentire di avvertire il distacco emotivo di chi parla dal resto. E perché è necessario che si avverta?
Il protagonista, Stevens, non è mai in contatto con la sua vita, che si vede scorrere davanti come un tutto quasi sensato del quale lui è padrone e manovratore; eppure ciò che leggiamo ce ne dissuade quasi fin da subito. Tutta la vita di Stevens è stata, sostanzialmente, un errore, perché il suo lavoro – l’unica cosa che secondo lui l’avrebbe riempita – non ha inciso minimanente nella vita delle persone intorno a lui. Stevens è un uomo sterile a livelli patologici: non si prende tempo per avere un figlio o una compagna (lui che al padre deve tutto quello che è), non prepara nulla per l’avvenire della house nella quale lavora (lui che ne è solo un accessorio), non lascia nelle vite delle persone che incontra altro che ricordi di ciò che non è stato. Eppure, qual è la sua colpa? E perché non possiamo esimerci dal credere che ne abbia una? In questo modo ferocemente ironico Ishiguro parla – come accade sempre nei grandi romanzi – anche del ruolo della letteratura, che pur passando tra i grandi avvenimenti e tenendone insieme il senso, è solo una finzione. Stevens stesso è una finzione: “Non posso nemmeno affermare di aver commesso i miei propri errori”. Infatti, qualcuno portebbe mai dare la colpa a un romanzo per quello che fa o non fa nella vita?

Perché dovrei leggerlo.

Perché è necessario che un romanzo ci spieghi cosa fare la sera, prima che essa cali.
Perché ogni generazione deve di nuovo imparare che l’ironia, prima di bene, fa molto male. Se no, non funziona.

* Octavio Paz, Passione e lettura, Milano, Garzanti, 1990, pp.100, lire 15.000, cm 19×12.2, copertina in cartoncino con bandelle, carta liscia di media qualità.

E’ un saggio su…

Il volume raccoglie tre saggi: Il mondo preispanico,  Lettura e contemplazione, L’oltre erotico. Il sottotitolo, cercando di metterli insieme, recita “Sul riso, il linguaggio e l’erotismo”, affastella quegli argomenti che non stanno, nei fatti, insieme. I tre saggi, al di là della loro utilità nei confronti del lavoro di Paz, illuminano circa un modo particolare di tenere insieme argomenti di storia della cultura.

Recensione.

I tre saggi sono interessantissimi soprattutto per come Paz sia capace di approfondire, attraverso uno studio del linguaggio, i tanti temi culturali sottesi all’esplorazione di un particolare argomento. Partendo da elementi contingenti e occasionali, Paz sa ricostruire anche con riferimenti precisi la sua interpretazione di un tema importante per il suo lavoro in modo che se ne possa discutere – e se ne possa fruire – anche al di fuori di esso. Mentre per esempio i saggi di Kundera sono direttamente connessi al suo lavoro di romanziere, almento tanto quanto i suoi romanzi sono provvisti di una consustanziale dimensione saggistica, qui invece Paz si permette una costruzione linguistica quasi accademica, senza perdere la sua proverbiale capacità descrittiva e lucidità poetica.
Gli argomenti – il riso e il suo valore rituale nel mondo preispanico, il rapporto tra lettura e pensiero, la naturalità e la complessità dell’eros di De Sade – sono toccati con competenza senza essere appesantiti dalla prepotenza della sua autorevole lettura. Se ne trae davvero un’illuminante esperienza del rispetto e del tatto con cui un grande scrittore avvicina, e poi trasmette ad altri, i propri interessi letterari. Perché indubbiamente, con una trasparenza raramente riscontrabile in altri, qui Paz sta parlando della sua passione e delle sue letture.

Fuori l’autore.

Octavio Paz (1914-1998), messicano, fu diplomatico e poeta prima che saggista; vinse il Nobel nel 1990. Famossisimo tra i letterati in lingua spagnola. “Un popolo comincia a corrompersi quando si corrompe la sua grammatica e la sua lingua”. Tiè.

Perché leggerlo, oltre che per il suo argomento?

Perché Octavio Paz è tra i pochi artisti ad aver eletto il linguaggio anche a suo oggetto di studio, oltre che suo privilegiato mezzo d’espressione; non è il caso di farsi sfuggire la sua saggistica come la sua poesia.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...