Grossman, Marsullo – e un piccolo discorso su Einaudi

Poche recensioni post estive – ho passato i mesi scorsi più a scrivere che a leggere, spero mi perdonerete – e di cose nuove e non vecchie come amo fare di solito.
Ho però due cose da dire su quello che ho letto, che non sono recensioni. Ho approfittato degli acquisti di mia moglie per l’estate, tutti titoli nuovi di Einaudi
; leggerli è stata una sofferenza. Frasi senza il punto alla fine, accenti sbagliati, orfane e vedove, il maiuscoletto usato per diverse righe consecutive. Einaudi, per 12, 14 o 20 euro, vende libri tipograficamente non trattati, privi della minima cura nella composizione della pagina. Lo sapevo, lo avevo letto, ma non pensavo che il livello fosse questo.

In più, ho visto il ripetersi di una antica tragedia: le panzane in quarta di copertina. Era dai tempi di Pietro Citati che non leggevo scemenze del genere. Ecco qui, debitamente commentata, la quarta di Un pallido orizzonte di colline, meraviglia di Ishiguro che però mi sento di sconsigliare a donne incinte e a chi non ha un buon rapporto con la morte.

Viene il momento per Etsuko, vedova giapponese che vive in Inghilterra, di levare lo sguardo dal presente doloroso e sofferto, per cercare in un altrove lontano un senso e una ragione [non è vero, non lo fa: i suoi sono ricordi occasionali, non sa dire perché le riaffiorino alla mente]. Ossessionata dal suicidio della figlia Keiko [come detto, non è affatto ossessionata], Etsuko spinge il pensiero a Nagasaki subito dopo la guerra, dove nel deserto dei sopravvissuti [Nagasaki non viene mai descritta in questi termini apocalittici] maturava la sua gravidanza turbata [turbata? Ma se il contrasto più stridente è proprio per la sua felicità di prossima madre!]. In questo percorso a ritroso nel tempo [non lo è, non sono nemmeno flashback, sono proprio tre narrazioni diverse], Etsuko ricompone la storia parallela di Sachiko e della sua tormentata bambina: Butterfly [parola che nel romanzo non compare] come tante, Sachiko aspetta un amore, una partenza che non arriverà mai [non lo sappiamo, il romanzo non lo dice], mentre sua figlia affonda nell’angoscia di ricordi troppo crudi [non sono solo ricordi, vede la madre ripetere continuamente gli stessi errori e gli stessi orrori].
Non ci sono spiegazioni o epifanie in questo racconto poetico e disadorno [tutto si può dire tranne che sia disadorno], che suggerisce più di quanto sveli [mamma mia che luogo comune]; tutto resta sospeso e irrisolto [no, il colpevole non viene catturato, se il problema era questo – anche perché non è un giallo]. Un romanzo dell’autore di Quel che resta del giorno, vincitore del Booker Prize nel 1990 [per questo lo dovrei comprare?].

Parliamo sempre di Einaudi. Terza edizione del 2012 di una cosa stampata dal ’91. Undici euro.
Passiamo alle recensioni, sarà meglio.

* Marco Marsullo, Atletico Minaccia Football Club, Torino, Einaudi, 2012, pp.220, Euro 17, cm  21,6×14, copertina in cartoncino con bandelle e carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.
Vanni Cascione vuole fare l’allenatore di calcio, ma quello che gli si offre è una squadra molto improbabile. Armato del suo amore sconfinato per il gioco e di una foto del suo idolo Mourinho, vincerà ben più che il campionato.

Fuori l’autore.
Marco Marsullo, classe ’85, è qui all’esordio. Indubbiamente sa scrivere, ma se è vero che un buon romanzo riesce a tutti, lui non ha avuto paura di provare a raccontare il calcio in Italia. E c’è riuscito benissimo, segno che oltre alla fortuna del principiante c’è anche altro.

La recensione in senso stretto.
Marsullo non prova mai a fare retorica sul calcio e sulla società che lo circonda, e già questo è un grande merito. Il libro andrebbe letto soprattutto da chi non ama questo sport, e che magari fa di questo disprezzo una bandiera; perché quello che viene raccontato vale per tutti gli sport, una volta che – come in questo caso – ci si libera dell’apparato affaristico.
Qui c’è solo il calcio povero di provincia, con pochi soldi pochi mezzi, tanta immaginazione e delinquenza spicciola. Tutto tremendamente umano, come la voglia di Vanni Cascione non di fare l’eroe, ma semplicemente di essere un allenatore: che impara, insegna e sprona i suoi atleti a dare quello che non sanno di avere, per costruire tutti insieme un ricordo indelebile – e pressoché gratuito, visti gli ingaggi.
Letterariamente, il romanzo di Marsullo è un piccolo manuale di come si deve scrivere. Si può leggere la differenza tra ironia e banalità, tra partecipazione e fanatismo, tra uso del dialetto e incomprensibilità. Per una volta godiamoci un esordio senza mirare il prossimo e aspettare l’autore al varco.

Perché dovrei leggerlo.
Perché  il calcio non è quel circo di buffoni e di campioni che è la nostra “Serie A”.
Perché se i sogni non servono a lottare nel quotidiano, allora non servono a niente. Impariamo da Vanni Cascione come si usano.
Perché i figli sanno sorprenderti non solo col loro ingiustificato amore per te, ma anche con la sorprendente conoscenza che hanno di te. Questa è una lezione difficilissima da imparare, e questo romanzo può aiutare a capirla.

* David Grossman, Ci sono bambini a zigzag, Torino, Einaudi, 2013, pp.334, Euro 9.50, cm 19,6×12,7, copertina in cartoncino e carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi.
Un bambino pensa di star ricevendo un bizzarro regalo, invece viene rapito da chi lo ama da tempo e deve fargli sapere alcune cose del suo passato. Alla fine del viaggio, la resa dei conti col padre.

Fuori l’autore.
David Grossman (Gerusalemme, 1954) è famoso e le sue note biografiche nelle quarte di copertina si limitano sostanzialmente a dire questo. Se tanti lo leggono un motivo ci sarà, e temo che si debba proprio leggerlo per capirlo.

La recensione in senso stretto.
La storia che viene raccontata è un orchestratissima serie di misteri e scoperte che aprono ad altri misteri, nei quali la vita del giovane protagonista è spiegata sempre un po’ di più. Come avviene per tutte le scoperte dell’adolescenza, non manca il doloroso stupore di conoscere ciò che si è. Per fortuna il giovane Nono troverà anche il modo di spiegarsi i suoi lati più oscuri.
Se c’è un romanzo nel quale si può vedere il modo di nascondere una complicata trama a in castro, è questo: Grossman scrive senz’altro bene, ma non si può far passare sotto silenzio il merito di trovare un posto e una parola per tutti gli elementi che mette in gioco. Il confronto finale di Nono col padre è atteso fin dalla prima pagina, ma che ce ne siano trecento in mezzo è una salutare maratona; senza, sarebbe impossibile capire l’importanza di misurarsi col il proprio padre – meglio, con l’immagine del proprio padre. Grossman complica le cose partendo dall’assenza della madre, ma in questo modo ottiene una trama abbastanza complicata e abbastanza favolosa da risultare sempre tremendamente credibile; in pochi giorni vengono rivoluzionate tre generazioni, e il risultato saranno tre persone nuove, padre, figlio, lettore.

Perché dovrei leggerlo.
Perché, come al solito, la più vecchia delle storie è anche la più nuova, se la si sa raccontare.
Perché i bambini non sono più quelli di una volta, e neanche i romanzieri. Sarebbe il caso di accorgersene.
Alberto Sordi, a un giovane autore incontrato mentre stava lavorando, chiese: “Che stai a scrive? ‘Na commedia?”. “No”, gli rispose quello, “un dramma”. “Ah, allora te stai a riposà”. Qui Grossman fa ridere, invece che commuovere come al solito; ha deciso di lavorare sodo.

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