Barbante, De Luca, Kundera

Da molti mesi ormai leggo solo saggi – questioni di aggiornamento professionale, che volete farci – e non di argomento letterario. Il tempo se ne va così, e mi tocca ringraziare chi aspetta pazientemente che io legga le sue cose, o gli amici che mi suggeriscono titoli che io riesco a farmi regalare (nuovi) a mesi di distanza. Prometto che ricomincerò a scavare meglio nella mia libreria. Tanto, son promesse da critico letterario.

Sabrina Barbante, Diversamente a Sud, Roma, Vertigo Edizioni, 2014; 164 pp., euro 13.00, cm 21×13,5, copertina in cartoncino ruvido, carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi. Viola torna nel suo Salento dopo anni milanesi, e come se non bastasse questa doppiezza, ne affronta molte altre: due amori, due genitori, due amici, due amiche, due corpi e due pensieri, cercando continuamente di non farsi sfuggire quelle sfumature che sa apprezzare nel vino, nel cibo, nelle parole; e che invece queste continue coppie di estremi cercano di eliminare. Non sarà facile.

Fuori l’autore. Sabrina Barbante è ancora troppo giovane per dover ricordare quando è nata, e in più la quarta di copertina la battezza “travel blogger”. Resiste a queste tremende etichette con un sapiente uso dell’ironia, che per fortuna di chi la conosce usa anche quando non scrive romanzi.

La recensione in senso stretto. Viola ha poche certezze, tante idee e un cuore appena fatto a pezzi dal solito stronzo. Purtroppo per lei ha anche un cervello, e la sua lotta contro i luoghi comuni su donne e uomini è senza quartiere. Ma ha una terra, il Salento; dove purtroppo per lei ogni aspetto della vita è esageratamente sottolineato proprio come in un luogo comune, e quella lotta è più difficile che altrove. Come in ogni romanzo che si rispetti, il personaggio principale va incontro a diverse prove, e in tutte misura l’integrità della propria anima e la saldezza dei propri princìpi. Purtroppo per loro Viola tutto è tranne che integra e salda, e ogni colpo o caso della vita lo sente in maniera forse eccessiva, ma – come vuole il luogo comune – lei è una scrittrice, quindi di tutti quei casi sa cosa farsene. Sarà colpa degli amici, sarà colpa dell’alcool, gli errori si ripetono e la sofferenza non se ne va.

Perché dovrei leggerlo. Perché se per una volta si parla del Salento senza appesantire la vita altrui con la pizzica, sarebbe il caso di non farsi sfuggire l’occasione. Perché non è facile trovare romanzi ironici che non vogliono far ridere, ma che sanno far ridere. Perché «l’approccio oggettivo ai fatti è troppo dipendente dall’alcool per essere una cosa seria».

Cetta De Luca, Anna, Roma, Watson edizioni, 2014; 138 pp., euro 10.00, cm 21×15.

La trama, per sommi capi. Anna è una ragazza siciliana con la quale il destino pare divertirsi parecchio. Le accade un po’ tutto contro la sua volontà, e dalla sua ottica ristretta e universale pare che anche la Storia ci metta un particolare accanimento. Cambierà molto rimanendo la medesima che era, oppure, se preferite, diventerà completamente diversa pur essendo sempre federe a se stessa. Intorno a lei un mondo si stravolge e diventa il nostro, mentre Anna continua a insegnarci cosa sono i sentimenti e come li si difende.

Fuori l’autore. Cetta De Luca dopo quattro romanzi e quattro editori – più tante presenze in antologie –  non sembra che abbia voglia di fermarsi, per nostra fortuna: conosce molto bene sia la Storia che le storie, e tratta col tatto più adeguato entrambe. Dàje così.

La recensione in senso stretto. Il tempo non solo non è definibile, ma non è neanche unico. La fretta di crescere di Anna si scontra con la lentezza della vita nel suo paese siciliano;* il quale farà scontrare le sue tradizioni con una guerra veloce nei mezzi e nelle decisioni ma lenta negli effetti. Gli anni di attesa per un amore che non sarà quello voluto, Anna dovrà pagarli aspettando un uomo che non ha scelto – e intanto, il tempo nuovo di un figlio che cresce solo con una idea di padre. Per raccontare queste differenti velocità De Luca mette in campo un linguaggio solo apparentemente semplice, con il compito di lasciare intatte quelle sfumature di significato che forse – chissà – qualcosa renderà eterne. Mentre là fuori una guerra coinvolge il mondo, qui Anna aspetta combattendo non meno alacremente sul fronte dei sentimenti, suoi e dei suoi cari; nel contesto apparentemente più privo di scelte, le straodinarie possibilità, nel bene e nel male, dell’animo umano si verificano quasi tutte.

Perché dovrei leggerlo. Perché i romanzi nei quali si prova ad affrontare tutto – la natura la vita la guerra l’amore la morte il sesso la genitorialità… – sono sempre di meno e non è il caso di mancare quei nobili tentativi che, a dispetto del mercato editoriale, ancora esistono. Perché non c’è miglior manuale di scrittura di un buon romanzo. Perché in “Anna” si racconta una parte importante della nostra identità popolare, e – cosa non meno importante – ci sono le parole migliori per raccontarla.

* mi fa notare l’autrice che nel romanzo non c’è modo di identificare il contesto geografico del paese di Anna. Quindi, che sia siciliana lo dico io e non lei – ciascuno ci metta pure il paese che più desidera.

Milan Kundera, La festa dell’insignificanza, Milano, Adelphi, 2014; 134 pp., euro 10.00, cm 19.5×12.5, copertina morbida plastificata, liscia di media qualità.

La trama, per sommi capi. Amici di lunga data s’incontrano, parlano, sognano e riflettono. Insomma, la trama non c’è, a parte quanto basta per spiegare il titolo, come sempre in Kundera.

Fuori l’autore. Davvero non sapete chi è Milan Kundera? Ha inventato il tormentone “insostenibile leggerezza dell’essere”, ma ha anche scritto qualche cosa buona.

La recensione in senso stretto. A un gigante del romanzo come Kundera, che ancora scrive a ottantacinque anni, non si può chiedere più molto. Qui distilla come al solito le preziosità della sua scrittura in francese: duttilità di trama, rapidità di approfondimento, facilità di ribaltamento ironico-illuminante. Però una cosa gli va detta: a furia di scrivere sempre meno e sempre più asciutto, del suo “laboratorio antropologico”cominciano a vedersi troppo gli alambicchi, le provette, le centrifughe e la lavagna piena di appunti e mezze formule. Va bene anche che la sua scrittura è quella ormai perfettamente a metà tra saggio e finzione – e che solo lui se la può permettere, così sfacciata: rimane il fatto che un centinaio di pagine in più, in questo libretto, avrebbero fatto solo che piacere. Ma forse è solo il desiderio di uno cresciuto sui suoi lunghi e piacevoli romanzi.
Due parole a parte le merita la quarta di copertina. Metterci le eleganti e opportune parole di Fumaroli ci sta, e sicuramente a Kundera non sarebbe dispiaciuta la sua battuta. Credo però che le scemenze di Piperno (“I pensieri di Kundera sono sexy e sconcertanti come le eroine dei suoi romanzi”) sono, oltre che fuori luogo, di un kitsch imbarazzante. Anche se, appiccicate a Kundera, indubbiamente fanno molto ridere.

Perché dovrei leggerlo. Perché le 366 pagine de “L’immortalità” sono una sana, sconcertante e scioccante visione del mondo, mentre queste 128 al massimo sono una salutare sberla. Rimane il fatto che Kundera fa sempre bene. Perché tutti e tutte diciamo parecchie bugie, facciamo molti sogni e confessiamo parecchie fantasie – ma non sono queste le cose insignificanti.

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3 pensieri su “Barbante, De Luca, Kundera

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