Addey, Mathews, Petit, Spataro, Takashi, Ziga

Come ho raccontato fin dall’inizio, recensisco qui solo quello che finisce nella mia libreria, per le vie più traverse. E anche se ci sono tipici “prodotti editoriali”, nessuno di questi li ritengo semplicemente tali, e spero nelle recensioni di mostrare esplicitamente il perché. Ho deciso da questo post che non è in fondo molto utile a nessuno la distinzione tra saggio e romanzo: non perché non differenti in sé, ovviamente, ma  perché sono parecchi decenni che il romanzo prova a dirci che questa distinzione, soprattutto se preventiva, ci priverebbe di molti saggi più che di buoni romanzi. Quindi qui a bella posta ci sono romanzi di tipo molto classico e libri che non si saprebbe proprio come classificare rigidamente – quindi sono romanzi.

Quindi qui troverete libri molto diversi, ma che per me sono tutte declinazioni perfettamente inscrivibili nella storia del romanzo. Dell’adesione a questa o quella scuola critica non m’interessa: sono un fenomenologo e credo solo al “duck test”: se fa qua qua come una papera, cammina dondolando come una papera, ha le piume come una papera, allora è una papera.
Che siano rivoluzionari o rivoltosi, una cosa è certa: saranno romanzi, qualunque cosa saranno diventati nel frattempo e nonostante – trotzdem – li si dia per morti da un pezzo.

Etain Addey, La vita della giumenta bianca, Roma, Edizioni Magi, 2015; 302 pp., euro 17.00., cm 21×13.

La trama, per sommi capi. Addey racconta in maniera autobiografica parti della propria vita intessendole in digressioni saggistiche, altri racconti, analisi sociali e storiche documentate. L’interesse in tutto ciò sta nella singolarità di una vita che ha abbandonato situazioni comode e traguardi desiderati dai più per seguire valori ritenuti utopistici. C’è riuscita, quindi tanto utopistici non sono, evidentemente.

Fuori l’autore. Etain Addey, scrittrice e bioregionalista inglese, viveva in Italia prima lavorando per una multinazionale, abbandonando poi tutto per “ricominciare” ruralmente in Umbria. Scelta premiata da una vita ben innestata nel territorio e che attira nella sua casa sempre aperta persone che vogliono capire, comprendere – o semplicemente rilassarsi.

La recensione in senso stretto. Per tutti quelli che credono che “una volta” le cose andavano meglio, questo libro dimostra, con la vita dell’autrice, che il problema non è il quando, ma il come. Un testo che è insieme autobiografico e teorico è molto raro e anche difficile da concepire, perché si corrono due rischi insieme: autoincensarsi – il che renderebbe il testo insopportabile – o giustificarsi continuamente – e il testo sarebbe tanto pesante da risultare illeggibile. Invece Addey racconta la sua vita e come l’ha voluta anche quando le cose non sono andate per il meglio: con un terremoto non si discute, quello è piuttosto ostico ad accettare teorie. Serve una pratica di conoscenza del territorio, e di come questa conoscenza possa innervare la vita di una comunità, e serve saperla raccontare. Addey ci riesce non facendosi mancare digressioni mitologiche, sane tirate femministe, preziosi consigli bibliografici, molte risate e commozione. Se volete un esempio di cosa potrebbe essere una scrittura empatica, questo libro lo è.

Perché dovrei leggerlo. La retorica sulla vita ecologica, ecosostenibile, “naturale” e naturalistica arriva a livelli di astrazione teorica che possono spaventare. Il merito di Addey e del suo libro sta nel far riscendere tutte queste teorie, questi valori, queste mete ideali sul terreno delle esperienze quotidiane. Questo permette di far capire – sia al semplice curioso che al convinto sostenitore – quante sciocchezze si dicono su quegli argomenti, e quante realtà sono ancora da chiarire e da esplorare.

Freya Mathews, Riabitare la realtà, Roma, Fiori Gialli, 2012; 335 pp., euro 20.00, cm 21×14,5, copertina in cartoncino liscio, carta liscia riciclata.

La trama, per sommi capi. Il saggio si divide in due parti, una teorica e una di “studi sul campo”. Nella prima si articola una filosofia non dualistica di recupero di una cultura panpsichista, contro il materialismo diffuso e la sua riduzione alla solitudine esistenziale. Nella seconda vengono illustrate delle prassi efficaci per questa filosofia.

Fuori l’autore. Freya Mathews è Associate Professor in Philosophy alla La Trobe University di Melbourne, Australia. La sua ricerca, anche pratica, si concentra su temi ecologici ma anche epistemologici, politici, antropologici. Gestisce una riserva privata di biodiversità nella Victoria centrale.

La recensione in senso stretto. Merito della traduzione è anche aver conservato la prosa mai “filosofica” – in senso negativo, astratto, ridondante – dell’autrice, che invece in quanto a pensieri non vi risparmia alcun lavoro. Argomentare contro il dualismo materialista tipicamente occidentale è dura, ma Mathews ci riesce senza proclami, complottismi o avventure “new age”. Interessante è anche la profonda critica a tanto ambientalismo sbandierato pure da movimenti politici importanti. I punti critici non mancano, e questa filosofa australiana è molto onesta nell’indicarli, ma non è mai nulla di definitivo; semmai si tratta di altri problemi da pensare ancora, e insieme. Raramente la fiducia negli esseri umani e nella loro capacità di rinunciare a ciò che apparentemente si pongono come traguardi sociali, per ottenere reali felicità comuni non distruttive, è stata così ben argomentata e spiegata oltre ogni scetticismo e teoria economica. Sarà piacevole anche capire che si può fare filosofia così.

Perché dovrei leggerlo. Perché molti si sono impadroniti del linguaggio e dei paradigmi ambientalisti ed ecologici, ed è ora di capire meglio il senso di questi opportunismi politici. Perché esistono modi diversi di pensarsi nella vita singola e in quella sociale per i quali non servono costosi viaggi o misteriose frequentazioni, né concetti astrusi. Perché la filosofia detta bene e vissuta meglio è sempre un piacere, anche da leggere.

Cristina Petit, Qualcosa che somiglia al vero amore, Milano, Tre60, 2015; 264 pp., euro 14.90, cm 21×13,5, rilegatura in brossura pesante con sovracoperta plastificata, carta semiruvida di scarsa qualità.

La trama, per sommi capi. Clémentine eredita una casa e un intero mondo nel quale troveranno posto il suo lavoro, i suoi libri e il suo amore – ma non sarà facile perché il primo non viene compreso facilmente, i secondi hanno vita propria e vogliono continuare a farla, il terzo neanche sa come si chiama. Ci sarà il lieto fine ma per fortuna è in mezzo che nulla è scontato, in questo libro.

Fuori l’autore. Cristina Petit insegna a Bologna in una scuola primaria, questo è il suo primo romanzo. Però, niente male.

La recensione in senso stretto. La storia di Clémentine non sembra avere nulla di speciale, ma dietro l’apparente banalità della trama si nascondono molte complessità difficili da dipanare. Si affrontano con tono leggero ma mai indifferente temi molto grandi e argomenti spinosi: la morte delle persone care, il disagio dei bambini che crescono, la lettura come cura, gli attriti tra classi sociali. Per una volta, lo sguardo e il linguaggio dei bambini non è usato strumentalmente ma è necessario a far maturare le parole degli adulti. I quali, se non hanno perso la voglia di imparare, crescono insieme a questo romanzo che parte leggero, colpisce duramente, conclude in pace. Forse.

Perché dovrei leggerlo. Per imparare a diffidare dei titoli banali e delle copertine rosa. Perché il romanzo è ancora capace di meravigliarci, parlando apparentemente di qualcosa e intendendone un’altra. Beato chi si lascia insegnare qualcosa così, di sfuggita, obliquamente, con ironia.

Alessio Spataro, Biliardino, Milano, Bao Publishing, 2015; 296 pp., euro 21.00, cm 23×16,7, copertina in cartoncino plastificato con risvolti, carta liscia di buona qualità.

La trama, per sommi capi. Vita e opere di Alexandre Campos Ramirez, inventore del moderno biliardino e famoso molto meno del suo gioco, perché attraversa un’Europa nella quale faceva bene a non farsi riconoscere. Ma nella quale succedeva di tutto.

Fuori l’autore. Alessio Spataro, catanese trapiantato a Roma, da un bel pezzo racconta a strisce molta parte di un mondo locale quanto universale, ipocritamente trascurato dall’informazione di massa. A volte lo fa con la satira, a volte col romanzo. Questo suo primo splendido tentativo rischia di farlo entrare subito nella nota seconda fase degli scrittori italiani, “solito stronzo” – speriamo per noi lettori di no.

La recensione in senso stretto. Sarebbe una vana impresa fare della vita di questo galiziano dai mille mestieri, e dai mille misteri, un testo coerente e leggibile. Ha senso probabilmente solo farne un romanzo, riempiendo con la poesia quello che nessun documento può più raccontare. In questa ricostruzione Spataro aggiunge lo strumento del suo tratto deciso ma sensibile, affogato in una bicromia rossa e blu – in omaggio ai giocatori in campo. Quindi, alla complicazione di raccontare una vita piena di – e quindi tramite – le ellissi, si aggiunge il riuscirci a disegni: è veramente un grosso rischio, che può tramutarsi in una dimostrazione di grossa presunzione o in uno splendido pezzo di bravura. Credo, in questo caso, a “la seconda che hai detto”. Non solo sono tante le tavole senza parole – e ovviamente sono le più espressive – ma sono tanti anche i “buchi” nel racconto, che nessuna versione in prosa potrebbe permettersi. Probabilmente il segreto di questo libro è qui: non importa quello che manca, né di chi è la responsabilità, perché è quasi incontenibile e inenarrabile quello che comunque c’è: la storia di un uomo libero che vive nel momento forse più triste della storia europea, e riesce a riemergere dalle sue molte avventure sempre libero. C’è da scomodare, per questo racconto, la storia di un paio di continenti e una cinquantina di personaggi ben più noti del protagonista; ma tra molte leggende e inquietanti ipotesi, entrambe non più verificabili, Alejandro Finisterre non poteva che essere ricordato altro che come l’inventore di un gioco. Il resto sarebbe troppo per chiunque altro.

Perché dovrei leggerlo. Per conoscere una parte importante di storia che non si trova raccontata altrove. Perché vi piace il biliardino. Perché vi piacciono i fumetti e vi piace il romanzo. Perché detestate Sartre quanto me.

Hiraide Takashi, Il gatto venuto dal cielo, Torino, Einaudi, 2015; 144 pp., euro 18.00, cm 22,5×14,5, copertina in brossura pesante con sovracoperta, carta semiruvida di buona qualità.

La trama, per sommi capi. La vita di una coppia s’intreccia con quella di una gatta non loro, di una casa non loro e di un’anziana donna vicina di casa. Rimarrà per lungo tempo solo la gatta a insegnargli un nuovo linguaggio interiore, abitudinario e imprevedibile, capace di “abbattere silenziosamente un confine”.
Dell’amore ritrovato di cui si parla in quarta di copertina, come al solito, non c’è traccia.

Fuori l’autore. Hiraide Takashi è un grande poeta giapponese contemporaneo, e questo suo breve romanzo è tra le poche cose note in occidente. Farebbe parte di una trilogia di non-finzione dell’autore, ma dato che gli altri due testi non parlano espressamente di gattini probabilmente non li vedremo mai tradotti in italiano.

La recensione in senso stretto. Eviterò di sbrodolare di cultura giapponese perché, conoscendola solo per quello che ne arriva in occidente, non ho alcun titolo per parlarne. Quello che è molto interessante in questo romanzo è l’apparente mancanza di strutture narrative che serve al linguaggio per descrivere ciò che umano non è, ossia la psicologia animale non umana. Il rapporto della coppia con la gatta – della coppia, va sottolineato, per comprendere la difficoltà del compito assunto da Takashi – è illuminato dalla descrizione del comportamento di Chibi con una grazia e una libertà espressive che ricordo, nei confronti degli animali non umani, solo nella pittura di Franz Marc. L’incomunicabilità essenziale tra i due mondi, umano e felino, è superata tramite scambi silenziosi e significazioni mai antropomorfizzanti, nelle quali Takashi è davvero un maestro: fenomeni atmosferici, elementi vegetali, anche gli arredi urbani e architettonici concorrono a creare il linguaggio di questo romanzo. Davvero una bellissima esperienza letteraria.

Perché dovrei leggerlo. Perché amate i gatti e non sapete come raccontarlo. Per esplorare nuove forme d’amore e di devozione. Per fare un passo indietro dal ruolo di specie dominante, e cercare di capire cosa si perde a stare in cima a una piramide che ci siamo inventati noi umani.

Itziar Ziga, Diventare cagna, Golena edizioni, 2015; 128 pp., euro 15.00, cm 21×15, copertina in cartoncino plastificato, carta semiruvida di media qualità.

La trama, per sommi capi. Racconto pluribiografico – parla di sé sia l’autrice che molte altre donne – sulla trasformazione, in un mondo dominato dall’ordine patriarcale-capitalista, in cagna, ossia «una truffa ai danni dell’ordine patriarcale»: una donna che trasgredisce prima e soprattutto la visione binaria santa/puttana prendendo quello che vuole da qualsiasi definizione di femminilità.

Fuori l’autore. Itziar Ziga cameriera per forza, puttana per scelta, attivista femminista per necessità, scrive testi incendiari e incendia parole da molti anni, ma qui in Italia c’è voluto un mezzo miracolo editoriale per vederla edita, finalmente. Chi è viene più che raccontato, in questo libro; basta leggere.

La recensione in senso stretto. Il libro aggredisce verbalmente, e con parecchi esempi di vita vissuta, il potere patriarcale e machista che permea la società capitalista. In questo assalto, gioioso e glamour – davvero, non nel senso che a questa parola danno costose riviste patinate – non viene risparmiata nessuna forma di potere discriminante, compresi tanti femminismi storici ormai sclerotizzati in forme gerarchiche insopportabili. Come accade in questi casi, da molto tempo, i più fermeranno l’attenzione sul turpiloquio e sulle descrizioni volutamente pesanti di ciò che pure è davanti agli occhi di tutti e tutte, ma che non piace. A Ziga poi non verrà perdonato di non essere un’accademica e una “teorica” di professione, pur formulando in questo testo fiori di ipotesi e di spiegazioni comprovate di parecchi fenomeni sociali. Dispiace per chi si perderà un testo invece importantissimo per l’Italia soprattutto in un’epoca di progressiva rifascistizzazione del linguaggio pubblico, sempre più coercitivo e opprimente verso chiunque non si adegui al clima politico vigente. In quanto uomo vi ho trovato – finalmente! – un antisessismo potente molto istruttivo per molti uomini antisessisti, e sincero antifascismo radicale come in Italia non si è mai letto.

Perché dovrei leggerlo. Perché pochissime insegnano strategie di autoaffermazione come fa Itziar Ziga, ed è il caso di ascoltarla. Perché molti uomini hanno tanto da imparare, ma raramente c’è qualcosa da leggersi così ben scritto anche per loro, in giro. Perché le lotte per i diritti sono intersezionali – e pare che lo abbiano capito solo le cagne. Sarà il caso di starle a sentire.

Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...