Chamoiseau, Chartier, Fischer, Heller, Rushdie, Sarraute, Wolfe

Doveva esserci la fine del mondo, secondo una profezia Maya: sarà per questo che sono riuscito a finire le recensioni di questo numero. Già che non pare proprio che il mondo finirà, auguri.

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Beer-Hofmann, Bufala Cosmica, Fusini, Keats, Marchesi, Rushdie, von Chamisso

Per chi ancora non lo sapesse, il romanzo è il genere letterario che può assumere le finzioni di tutti gli altri. Che il romanzo contenga poesie o parti saggistiche, è ormai ovvio; gli stili possono essere innumerevoli, anche nella stessa opera, e le tecniche retoriche infinite.
Credo che un ruolo speciale spetti al «pun». Il gioco di parole – traduzione molto povera della parola inglese – è il meccanismo eversivo, nella frase, che il romanzo riproduce in scala maggiore come un tutto; l’ennesima declinazione dell’ironia. Il «pun» mostra la corda tesa del linguaggio lì dove sta per spezzarsi, al limite del non-significare; lo fa mostrando, nelle sue multiformi possibilità di manipolazione dei significati, una cosa diversa da quello che dice – esattamente la stessa cifra estetica del romanzo. Un esempio su tutti: “Immanuel doesn’t pun, he Kant” (Oscar Wilde). In Italia questa possibilità espressiva si è realizzata per lo più in quel particolare genere che ha trovato un nome brutto come pochi: «poesia demenziale». Ma ormai, come tutti i nomi propri, una volta nati tocca tenerceli. Oltre alle solite recensioni, quindi, un inserto sul “pun”.

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